Cosa amo, cosa so e cosa posso fare

di Chiara Palamà

Sapere cosa davvero si sa fare non è affatto semplice né comune. Talvolta lo scopriamo in modo quasi fortuito, quando dobbiamo tirarci fuori da una situazione scomoda, dobbiamo risolvere un problema rilevante o ci appassioniamo a qualcosa.

Quando chiedo alle persone “Cosa sai fare davvero bene?”, che sia in una sessione di business coaching o di facilitazione in azienda, mi rispondono con la mansione, oppure con una laconica alzata di spalle: “Boh, non lo so”.

In realtà lo sappiamo, ma non riusciamo ad esprimerlo a parole. La verità è che queste capacità sono come sopite, o soffocate da una sorta di timore a mostrarle agli altri: la paura di sentirsi impostora.

Leggendo le tante analisi sul fenomeno dell’impostora, tra le concause ricorrenti c’è il contesto culturale. Questa esperienza di inadeguatezza trova radice in una certa cultura capitalistica che mette in particolare le donne nella condizione di sentirsi fuori posto, chiedendo ossessivamente loro di impegnarsi sempre di più e sempre meglio in quello che fanno.

Questo vizio parte proprio dal contesto economico e sociale in cui è stata elaborata negli anni ‘70 la teoria del “fenomeno dell’impostore”, attraverso un’analisi condotta su donne bianche all’interno di un sistema che non riconosceva la loro rilevanza a partire dal sistema scolastico, e così è arrivata sostanzialmente immutata fino a noi.

Il “fenomeno dell’impostore” è più frequente nelle donne anche per il fatto che tendono a spiegare gli insuccessi più come effetto della loro mancanza di capacità piuttosto che come conseguenza di fattori oggettivi esterni. Ho trovato illuminante un articolo del 2021 sulla Harvard Business Review e intitolato “Stop Telling Women They Have Imposter Syndrome[i] (Smettetela di dire alle donne che soffrono di sindrome dell’impostore) in cui le scrittrici statunitensi Ruchika Tulshyan e Jodi-Ann Burey hanno descritto la “sindrome dell’impostore” come una categoria troppo spesso utilizzata strumentalmente, in diversi contesti, per sostenere implicitamente una mancanza di fiducia delle donne in se stesse.

Sentirsi scomode

Come possiamo avere piena consapevolezza delle nostre capacità e del nostro potenziale? Come possiamo rendere visibile soprattutto a noi stesse ciò che sappiamo fare?  Come possiamo alleviare quel senso di inadeguatezza che arriva quando invece meriteremmo il riconoscimento dei successi già ottenuti? Come possiamo fare chiarezza nelle intuizioni che abbiamo?

Vi porto nella mia storia, seguitemi.

Professionalmente oggi sono una Business Design Marketer, un mestiere che non c’era prima che con Elena Tavelli lo creassimo 5 anni fa.

Facciamo un salto indietro al 2016, precisamente al 19 ottobre, alle 14.00 direi. Ero in ufficio, stavo lavorando come marketing manager per una global company. Dopo un breve meeting con la direzione dell’azienda, alle 14.30 ero disoccupata. Per motivi organizzativi e di sdoppiamento di ruoli con altri uffici europei, il mio posto di lavoro non c’era più, insieme a quello di altri 6 colleghi che nel giro di 3 ore subirono la stessa sorte.

Dopo lo shock del primo mese, ho iniziato a ricostruire ciò che si era improvvisamente rotto: non solo la mia carriera, ma la mia identità. Chi sono? Cosa so fare davvero?

Fuori dal senso di sicurezza del sistema azienda e della rete di connessioni-conoscenze che contaminano il nostro lavoro, si è soli con le proprie capacità: come i muscoli, alcune sono allenate ed evidenti, altre molto meno e le confondiamo con le nostre passioni, con l’intuito e con le abitudini.

Mentre cercavo un nuovo lavoro in un mercato molto competitivo come quello del marketing, mi sforzavo di mettere in evidenza le caratteristiche che mi rendevano diversa. Dovevo distinguermi dalla concorrenza e ho iniziato a pormi nuove domande per trovare una soluzione al mio problema.

Riscrivendo il nuovo CV, mi sono posta questi quesiti:

Al netto delle mie competenze (che tutti i marketing manager hanno o dovrebbero avere), cosa so fare davvero bene?”

“Che feedback ottengo dagli altri rispetto al mio atteggiamento, al mio modo di lavorare?”

“A me cosa piace davvero fare?”

“Cosa proprio non amo fare?”

“In quali situazioni non vorrò più trovarmi?”

Partendo da qui ho iniziato un percorso di formazione, sia per dare un ritmo alle mie giornate, sia per dedicare tempo a cose che mi davano nuove energie.

Io, al netto del Marketing

Ho iniziato a studiare ciò che mi piaceva di più, ma alcune cose non c’entravano nulla con il marketing: erano argomenti distanti dal mio ruolo, anche se avrei voluto integrarli in azienda. Nel giro di due anni ho collezionato 3 certificazioni in discipline umanistiche e, grazie a queste, ho scoperto che il Business Design era il modo era il mio modo di lavorare. Mi sono trovata così con una serie di abilità e conoscenze che non sapevo ancora come connettere (ampiezza della conoscenza). L’unica cosa certa era che volevo rimanere nel marketing, un mondo che conoscevo e mi dava sicurezza (profondità della conoscenza).

Ho abbandonato l’idea di rientrare in azienda, e mi sono affacciata al mercato come professionista, ma ogni volta che mi proponevo come marketer mi sentivo fuori luogo, e mi ripetevo: “Ci sono marketer molto più bravi, perché dovrebbero dare l’incarico a me?”. Stessa cosa accadeva quando mi proponevo con uno dei miei nuovi cappelli: “Non ho abbastanza conoscenza della materia, ho appena iniziato!”. Erano le costanti del mio dialogo interno da impostora.

Dovevo fare ordine, sentirmi più sicura di ciò che ero diventata e che, oltretutto, mi piaceva molto di più del mio profilo lavorativo precedente.

Se ti sei sentita anche tu almeno una volta un’impostora, puoi immaginare il mio stato d’animo alla domanda “Di cosa di occupi?”. Ogni volta che rispondevo: “Sono una Business Design Marketer” ero pervasa da un senso di scomodità molto forte, unito al desiderio di far tornare indietro il tempo di 3 secondi e rispondere semplicemente: “mi occupo di marketing” (ma avrei mentito ancora a me stessa…). Per anni ho faticato a pronunciare quel mix di parole che invece mi descrivevano bene, ma che una parte di me mi ripeteva di non meritare, nonostante avessi lavorato e studiato duramente per arrivarci.

Siamo le parole che ci descrivono[ii]

Come far emergere allora il nostro valore ad un livello tale da volergli bene? Come superare quella nostra fragilità che ci porta a pensare di essere un’impostora? Tutte noi siamo fragili, il cambio di passo è accogliere la fragilità come un valore da non nascondere, bensì da gestire. Questa fragilità può essere la nostra forza: non è negarla che ci rende forti, ma il dichiararla, accompagnata dalla determinazione.

Le parole che usiamo per descrivere la nostra realtà la rendono vera per noi e per le persone a cui la raccontiamo. Se dico “La mia posizione lavorativa è immeritata”, queste parole definiscono per me e gli altri la mia percezione del mio lavoro, la rendono in qualche modo vera, la collegano a tutti gli stati d’animo ad essa connessi e ne determineranno anche il risultato: successo o insuccesso.

La buona notizia è che noi possiamo modificare la nostra realtà attraverso la sua descrizione: le parole hanno uno straordinario potere generativo!

Questo è un enorme problema per me”, oppure “Questa è una gran bella sfida”, sono due frasi da poter utilizzare di fronte alla medesima situazione, ma che hanno il potere di definire in modo opposto la realtà di ciò che ci apprestiamo a fare. Il cambio di prospettiva da problema a sfida ci pone in modo completamente diverso di fronte alla stessa situazione: la parola “problema” blocca, la parola “sfida” muove verso una strategia per trovare la soluzione.

Nel fenomeno dell’impostora i sentimenti e le parole che usiamo sono spesso negativi, sono parole che bloccano e demotivano, per cui si innesta una sorta di loop che si autoalimenta.

Per cambiare bisogna cambiare.

Per prima cosa è necessario cambiare modo di raccontare e descrivere la nostra realtà, mirando a creare ripetuti momenti che ci diano felicità e carica. In questa narrazione positiva della nostra realtà, saremo in grado di ascoltarci, amarci e rispettarci, per ricercare ciò che ci dà gioia. Questo riguarda anche i momenti di fatica, che sono preziosi perché ci permettono di comprendere come non vogliamo sentirci e da cosa vogliamo allontanarci, altrimenti si trasformeranno in blocchi emotivi che non ci permetteranno di uscire da una situazione scomoda, e non capiremo quali azioni compiere per cambiare ciò che non ci piace.

Ed è qui che arrivano gli strumenti, che fanno da ponte ai pensieri per renderli evidenti, che fanno emergere il sapere tacito, nascosto dentro di noi, e che aiutano a tracciare un piano di azione.

Cosa succederebbe se le tue passioni, capacità e abilità venissero opportunamente innescate? Che vantaggi ne avresti? Come ti sentiresti se riuscissi a mettere a sistema, in modo strutturato e organizzato, visibile e tangibile, ciò che sai fare, ciò che ami fare e ti appassiona per trovare cosa di nuovo puoi fare?

È il risultato che otterrai con l’esercizio che ti propongo al termine del capitolo. Ti farà disegnare te stessa, e in particolare il tuo progetto di lavoro, in modo che tu possa vederti in modo diverso, pensando a te “fuori da te”, da nuove prospettive, per far emergere tutto il tuo potenziale.

Si tratta del Trigger Canvas: uno schema visuale che si completa rispondendo su foglietti adesivi colorati a domande precise, seguendo una semplice regola: un concetto per ogni foglietto, scritto con un pennarello.

Disegna il tuo Trigger Canvas

Il Trigger Canvas è nato a partire dalla mia esperienza nel voler sistematizzare ciò che amo, ciò che so fare e ciò che posso fare, unendo le mie conoscenze come marketer, business coach e persona creativa, appassionata di soluzioni che aiutino a fare chiarezza e a generare valore.

Il Trigger Canvas prende ispirazione dal concetto di formazione a “T” applicato a tecniche di Design Thinking e Business Design, e permette di visualizzare le competenze e le attitudini innescabili dalle singole persone (o dai team), al fine di individuare nuovi elementi da integrare nel proprio lavoro o nel proprio modello di business. Si presta però molto bene anche a fotografare le caratteristiche individuali personali, oltre che professionali, e innescare cambiamenti virtuosi. Questo canvas mette in evidenza in modo strutturato il potenziale inespresso di ciascuno per far emergere nuove potenzialità di sviluppo nate dall’integrazione tra competenza, passione e conoscenza.

Che effetto ha?

  • aumenta il livello di auto-consapevolezza e auto-realizzazione individuale;
  • genera, a seconda del trigger[iii] individuato, vantaggi competitivi, sviluppo di nuovi potenzialità, progetti e aree di crescita.

Una volta individuato, il triggerdiventa il liberatore di consapevolezza di un nuovo talento, di una moneta da poter investire in una delle caselle della tua personalità o, nella migliore delle situazioni, in un nuovo progetto (come è successo a me con il Business Design Marketing). Il trigger – il tuo attivatore – sarà scritto e finalmente visualizzato: in questo modo potrai immaginare come può contribuire a potenziare una tua dote o attivare un elemento differenziante a tuo favore nel tuo lavoro. Tale vantaggio sarà originale e difficile da copiare perché nasce dalla speciale combinazione tra le tue competenze e una o più delle tue abilità o passioni: un mix non replicabile!

Conclusioni

Ho creato il Trigger Canvas per aiutare a far emergere il potenziale e il sapere tacito di ognuno a proposito di se stessi. È grazie al Trigger che sono riuscita a capire che il mix tra le mie conoscenze, attitudini e passioni era per me un attivatore molto rilevante, un modo diverso unico di fare marketing: il Business Design Marketing. 

Le persone ci trattano come noi diciamo loro di trattarci e ci attribuiscono il valore che noi diciamo di meritare. Tutto dipende dalle parole che usiamo (o che non usiamo) per descriverci.

Possiamo dare nuovi nomi alle cose, farle esistere per noi e gli altri, decidere chi siamo e chi vogliamo essere, cosa vogliamo fare e soprattutto sorprenderci di scoprire le infinite cose che possiamo fare volendo bene al nostro valore.

Il Trigger Canvas è inserito nel libro di Chiara Palamà e Elena Tavelli “Business Design Marketing”, ed. LSWR, 2022


[i]  https://hbr.org/2021/02/stop-telling-women-they-have-imposter-syndrome

[ii] Per un approfondimento: Paolo Borzacchiello, Forse sei già felice e non lo sai, 2022

[iii]Trigger in inglese significa “grilletto” e viene qui inteso come attivatore di capacità e potenzialità che fa scattare conseguenze positive.

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Chiara Palamà

Ciao, sono Chiara. Sono laureata in Pubbliche Relazioni con un Master in marketing e dopo tredici anni come manager in aziende multinazionali, sono diventata una professionista indipendente. Mi occupo di facilitazione, formazione e consulenza in ambito di Marketing strategico. Come fractional manager affianco team multifunzionali nella co-creazione di strategie di marketing, branding e posizionamento, usando strumenti di business design, design thinking e discipline human centered. Sono co-creatrice e trainer del metodo Business Design Marketing®.