Entrarsi dentro non è robba per tutte

di Stella Bonavolontà

L’uomo è un animale sociale,
le persone non sono fatte per stare da sole.

Seneca

Si può imparare ad osare, imparare a lanciarsi, fiduciosi che comunque vada sarà un successo[i]. Ma il successo è un participio passato, è già accaduto.

Il cuore è un muscolo e come tale va allenato; il cervello invece non è un muscolo, va esercitato per non trascurare di vivere e comprendere quel preciso istante in cui il cuore batte.

Questo scritto (queste parole) vuole (vogliono) essere un sussurro nell’orecchio di chi sente il desiderio di abbandonarsi alle emozioni, che sembra essere diventata una vera trasgressione. Dentro ciascuno di noi alberga un mondo di emozioni. Quello che ci distingue è la scelta di quali mostrare, quali far emergere e come: con forza e impeto o con delicatezza ed eleganza.

Tutto dipende da noi. Non invidio quelli che negli anni ’80 (sì, c’ero anche io; sono e resterò una splendida 42enne di morettiana memoria), come biglie impazzite, passavano da una azienda ad un’altra; neppure il tempo di mettere radici che già erano in cerca di una nuova posizione e di una billability[ii] più favorevole. Seppure con minore frenesia di allora, si assiste invece di recente ad una salcazz[iii] distonica:

  • da un lato la martellante propaganda a spingersi oltre i propri limiti, a misurarsi non solo con gli altri ma anche con se stessi (ma cavolo, non esiste più il diritto a costruirsi una legittima zona di comfort? In nome di quale “evoluzione” lo abbiamo cancellato?);
  • dall’altro ogni reazione sembra vada soppesata con il bilancino elettronico per rispondere alle mode del politically correct, gender fluidity, diversity & inclusion, accountability, ecc.

L’aggressività della prima non mi appartiene, ma anche questo zelo, questa gentilezza esasperata, mi pare suoni falso. Per carità, vero è che “la tenerezza è una virtù straordinaria, c’è anche la cortesia, ma nella cortesia c’è un po’ di ipocrisia”[iv] e infatti hosempre diffidato delle “quote rosa” che trovo insultanti e ritengo nascondino la non-volontà di affrontare un cambiamento.

Mai come adesso che viviamo la difficoltà di vivere il quotidiano per la mancanza di una visione futura, è tutto un fiorire di consulenti, coach, mediatori, facilitatori. Io invece credo sinceramente basti portare pazienza ed ascoltarsi di più. Come diceva Lucio Anneo Seneca: “Ci vuole tutta la vita per imparare a vivere”.

Si vive, si apprende, ci si modifica; maturando, auspicabilmente si diventa simili a se stessi e ci si avvicina alle proprie radici. Infatti, se in una coppia queste radici si nutrono di terreni diversi, si finisce inevitabilmente con l’allontanarsi e, spesso, col separarsi.

C’è un fil rouge che ci accompagna nelle esperienze della nostra vita: non va ignorato, non va spezzato. Anche se un matrimonio non funziona per enne motivi e finisce, non è detto che sia un male; di certo non è fallimento, neanche se ci sono dei figli (per il fatto stesso che loro siano nati, intendo).

La separazione,da un compagno o dal marito, invece può essere felicemente interpretata come viatico alla scoperta di sé, come quando si era studenti appena maturati, con tutta una vita ancora da scoprire. Anzi, di solito è la scoperta di sé che fa cessare un legame, creatosi magari quando si era ancora immaturi e le scelte non erano poi così autonome, ma dettate perlopiù dai bisogni e non dai desideri.

Il desiderio sessualenella coppia è l’accensione del motore ma non la benzina: il desiderio viene alimentato dalle battute e dagli sguardi d’intesa, dal ridere delle stesse cose… tutta la mia esperienza (derivante da due matrimoni e due storie d’amore che, incidentalmente, non coincidono) mi confermano che in una relazione amare non è sufficiente, condividere il milieu[v] (non è francese, è nel lessico italiano, leggetevi la nota) ed avveder[vi] lo stesso sentire è importante.

Nelle relazioni bisogna saper attrarre non trattenere, il segreto è accogliere e custodire, e le relazioni fra adulti / di coppia vanno alimentate con del buon sesso (se la cosa vi scandalizza, girate pagina).

E sempre intrigante il challenge (è inglese, ma qui lo scrivo maschile e pronuncio alla francese, visto che è da lì che viene) che si crea quando si è molto diversi: bello sfidarsi e completarsi, ma alla lunga è faticoso (e noioso); nella coppia si gioca in due e se non si è capaci di giocare insieme (perché non si conoscono le regole), finisce che uno vince sempre e l’altro perde sempre. Ma chi ce lo fa fare?

Diario intimo: confessioni di una perfezionista caotica

Sono sempre stata una donna bella, dotata non solo di cuore ma anche di intelligenza, sia intuitiva che deduttiva.

Non mi è servito. Sarebbe stato meglio essere bella e bionda, di quella bionditudine celestiale, botticelliana, bemeravigliosa, che si fa scivolare le cose addosso. Invece, se si è terrene, bisogna imparare a fare con quel che c’è e destreggiarsi con quel che si ha, tra cuore e cervello.

Questo equilibrio è governato dalla vis erotica: è l’energia vitale, il soundtrack della nostra vita, presente o assente che sia. Io che sono naturalmente e spasmodicamente dionisiaca[vii], devo esserci caduta dentro da bambina come Asterix. [Autocensura: qui c’era una frase che per non disturbare l’eventuale lettrice puritana metto nelle note[viii]].

A 20 anni credevo che il motore di tutto fosse l’Amore.

A 30 anni ero concentrata solo sul Lavoro.

A 40 ho avuto voglia di avere una famiglia; l’ho fatta e, accidenti, per un soffio l’ho quasi persa. Dopo aver partorito sono entrata in coma e al risveglio, senza accorgermene, mi sono trasformata in una cicala felice, inadatta a fare programmi, a pianificare il futuro; tanto che quando ho cominciato a meditare, è stata una passeggiata concentrarmi sul qui ed ora, dogma della mindfulness.

Ne sono sempre convinta: ogni persona con cui ci accompagniamo (così come ogni esperienza che viviamo) ha il suo perché in quel momento della nostra vita. Mi piace pensare che per superare le proprie ansie il modo migliore sia colmare i bisogni da soli, salvo mettere in conto che può capitare di accorgersi quanto sia immensamente più confortevole unirsi a qualcuno che condivide i tuoi desideri, i tuoi sogni. Condividere una routine con qualcuno ed avere una propria comfort zone è una seduzione long lasting[ix], molto longeva.

Si può essere genuinamente autentici?

Beh, la community[x] che mi sono costruita è il luogo/non-luogo in cui lo sono, perché posso permettermi di mostrarmi tenera, intelligente, organizzatrice, caotica, maliziosa… senza vergogna, senza timore di giudizio, l’ambito in cui mi posso allenare affinché il mio essere disponibile non venga frainteso come disponibilità.

Anno dopo anno ho costruito quella che sono adesso. Mi corrisponde una ’espressione di Walt Whitman, sì quello della poesia “O Captain! My Captain!” (no, la poesia non si intitola “L’attimo fuggente”, quello è il film con il quale mezzo mondo l’ha scoperta), il primo poeta a scrivere poesie con il verso libero. Il caro Walt di sé diceva contengo moltitudini” (qui) e nel proseguire questo mio viaggio ritrovo me bambina: sto tornando a casa, finalmente.

Quanta strada per arrivarci… 2 matrimoni, due figli, due gatti, due percorsi di studi, due cappelli professionali e non ultimo due divorzi (non potevano essere più di due anche volendo, vista la prima voce dell’elenco).

La vida es bella pero es dura”, ripeteva l’amata tata Carmen, con serenità e franchezza, fin da quando i miei figli (alla fine, anche un po’ suoi in verità), erano piccoli.

Quando ho iniziato a pianificare la mia separazione (il trasloco, la nuova casa da arredare, un nuovo inizio con i miei figli), alla radio trasmettevano sempre I gotta feeling dei Black Eyed Peas. È stata la colonna sonora di quel periodo, e ricordo il senso di liberazione che già pregustavo. Devo dire che la promessa di una nuova vita, più bella, è stata mantenuta. Da subito ho intuito e visto uno spicchio di futuro; faticoso un casino, è vero: due bambini piccoli, da sola… ma lo rifarei, tanto sola lo ero anche da sposata.

Quell’anelito di futuro lo dedico a mia figlia, alla cui domanda “Mamma, è bello avere dei figli?”, rispondevo seria e serena: 70% fatica, 30% magia.

Il divorzio, dopo dieci anni di belligerante conflitto, mi ha regalato una serie di ardite consapevolezze (le racconto nel caso possano essere di ispirazione): la libertà di esprimersi senza offendere l’altro, l’accettare con una buona dose di tolleranza i nostri difetti ed un po’ di auto-indulgenza.

Non trovo parole più sexy di “grazie” e “scusa”, se espresse con sincerità: sono un grimaldello per il cuore. Così come apprezzare le proprie debolezze, che ciascuno maschera a proprio modo, e come accogliere le fragilità dell’altro invece di sminuire e mortificare. Il contraltare delle felici esperienze di vita è lo scotto del doversene separare.

Ce ne sono molte di separazioni nella vita di ogni persona, perché si esauriscono, perché terminano, perché alcuni vengono a mancare:

  • i genitori;
  • i compagni di scuola;
  • la comitiva del liceo e quella del mare;
  • un adulto di riferimento, un mentore;
  • un lavoro amato;
  • un marito o compagno;
  • un cane, un gatto; in alcuni casi più d’uno.

Una qualsiasi di queste separazioni (l’ordine è casuale), può essere uno strazio e non è detto che faccia crescere, non è un automatismo. Non è come alla data del 18esimo compleanno in cui si diventa di default maggiorenni.

Alcune separazioni però sono un regalo che si fa a se stessi, come quelle dai genitori (se asfissiano), da un amante (se infedele), da un datore di lavoro (se str… ops, se vessa). Altre invece si fanno consapevolmente, anche se con sofferenza come, dopo averli messi al mondo, lasciare andare i propri figli.

Cercarsi, trovarsi, prendersi per mano, non smarrirsi più. Ognuna di noi deve trovare la sua bacchetta magica: la mia è il respiro. Quando sono al mare, per me nuotare al largo è come fare una seduta di mindfulness: il ritmo del mio respiro rallenta, mentre il movimento delle gambe è costante, l’andatura è fluida e mi regala piacere e senso di leggerezza: nel respiro di ogni bracciata prendo le distanze da tutto, entro nel flow[xi]. Ceteris paribus[xii], la lettura di Seneca mi regala morbidezza dello sguardo, un accenno di sorriso, la fronte corrugata che si appiattisce.

Quando sarò morta mi mancheranno i miei figli e i miei gatti, mi mancheranno tutte le persone che ho conosciuto, quelle che ho amato e quelle solo simpatiche; me ne fregherà meno di niente delle merdacce che ho incontrato.

Mi dispiacerà per le offese che avrò arrecato, tanto quelle involontarie quanto quelle volontarie, che avrei fatto meglio ad impiegare il tempo in qualcosa di bello e di positivo.

Sarò contenta di aver conosciuto ed approfittato del mare, dei miei figli, della pigrizia e dell’oblio, del buon vino e delle buone amicizie e… del gran sesso, ça va sans dire.

Mi mancherà la mia infanzia, l’odore dei panni stesi al sole sul terrazzo che sbattevano al vento producendo un rumore sordo, il profumo della bottiglia di pomodoro quando accadeva che si spaccasse, sebbene avvolta in stracci, nei fusti riempiti d’acqua e messi sopra i bruciatori a gas.

Mi mancherà la boa dei 200 mt a Riva; ogni tanto, nel salutarla, mi ricordavo di mia mamma che mi lasciava in spiaggia sotto l’ombrellone col cane ed entrava in acqua e nuotava fin dove non la vedevo più.

Mi mancherà l’unione coniugale, quella relazione intima fatta di silenzi e sorrisi e… sesso, a volte intenso a volte solo allegro, che nonostante due matrimoni e due lunghe relazioni, non ho mai provato.

Eppure ho goduto la vita, anche ingannandola con la pigrizia o un po’ sprecandola come potesse durare per sempre, votata alla bellezza ed all’eleganza del pensiero sottile, dell’intelligenza.

Quando sarò morta, spero che i miei figli si siano presi cura di cercarmi una tata e non una badante, di lasciarmi a casa mia e non in una pensione perché non vorrei essere morta circondata da vecchietti.

(Riflessione fatta tornando a casa dopo essere andata alla Scala per il Don Giovanni di Mozart; la bellezza può uccidere).

Emozioni: istruzioni per l’uso

Cerca nei ricordi: cerca chi eri, cosa volevi, i tuoi amici dei tempi della scuola, e non per sapere chi è “finito bene” e chi è “finito male”, che mica ci si può basare sul successo economico…. il successo è determinato dalla coerenza fra quello che eravamo e quello che siamo diventati.

Quando ho ritrovato un’amica dei tempi del liceo, rivederla è stato bellissimo: un salto all’indietro nel tempo. Sono tornata d’incanto ad essere quella del IV ginnasio, Liceo Umberto I di Napoli, trasportata anche dalla bella cadenza napoletana di Clara mentre ricordavamo insieme i nomi dei nostri compagni: “Ma come si chiamava quel nostro compagno alto alto alto, pure secchione… e quello piccolino con gli occhiali… loro due stavano sempre insieme che se anche c’era sciopero entravano sempre…”.

Le emozioni sono regali della vita e vanno preservate: impara a riconoscere i segnali del malessere prima che sia troppo tardi. Quando vedo una persona in difficoltà, donna o uomo che sia (se posso) la spingo ad una riflessione ponendo delle domande:

se dorme, si lava, mangia come prima;

se fa sesso con il compagno/a con regolarità.

“Che c’entra?”, dirai. Sai, bisogna imparare a riconoscere gli energivori e allontanare le persone tossiche prima che respirino tutta l’aria intorno a noi e ci facciano soffocare. Se è vero che le persone infelici non sanno essere gentili, ti sia chiaro allora che non è un tuo problema. Al mondo ci sono infelici e depressi che si trasformano in individui tossici; ma tu non puoi salvarli quindi distingui bene le tue responsabilità. Non devi per forza fartene carico (anzi secondo me non devi proprio).

Anche NO, grazie: ho un piccolo ma prezioso suggerimento: osserva e annota se ti capita di parlare della tua mente con una persona, che si tratti dell’amato bene, del genitore, di un datore di lavoro: verifica se ti dai da sola delle risposte o, peggio, ti prepari delle risposte.

Ti regalo un segreto di auto-difesa: a chi non sa dire di NO, suggerisco di dire: NO, grazie. Non so se sono stata chiara. Bisognerebbe dire NO. Punto. Ma se ti fosse difficile pronunciare la parolina NO, ti suggerisco un meno impattante ma pur sempre efficace “Anche NO, grazie”. Dovresti arrivarci.

What else? Ne sono sempre convinta: ogni persona cui ci accompagniamo, ogni esperienza che facciamo ha il suo perché in quel preciso momento della nostra vita (lo so, l’ho già detto, ma mi va di ripeterlo).

La zona di comfort: dai retta, se con le giuste dosi, avere una comfort zone è una figata, procurarsela è come corteggiarsi, una forma di auto-seduzione. Si cerca la magia dentro di sé per esprimere quell’emotività profonda che ci governa. Ma occorre avere pazienza e fiducia: potrebbe non essere (ancora) il momento giusto. Deve essere l’equilibrio fra cuore e cervello a governare le decisioni, non la pancia! Come? Costruisciti una routine. Comincia scegliendo un nuovo interesse: panificare impastando a mano o fare giardinaggio per me fanno miracoli; col primo si celebra il generare, il secondo simbolicamente aiuta a tagliare rami secchi. Ma ognuna deve trovare i suoi.

In sintesi: inizia a meditare, fai esercizio fisico, mettiti a dieta (o mangia a modo), fai più sesso. Se qualcosa non lo stai ancora facendo, inizia. La vita presenta il conto con una certa regolarità, ogni dieci anni circa.

Per quanto mi riguarda, l’anno scorso ho avuto il mio annus horribilis per cui dovrei poter stare tranquilla per un po’. Vedremo. Come tutte le persone risolte (che per me vuol dire prima fallite e poi risorte), sono preziosa e sexy. Vorrei lo fossi anche tu! Non dimenticare che per me vulnerability is sexy: non puoi andare avanti senza essere vulnerabile. Il fallimento e la vulnerabilità appunto, ti connettono al resto del mondo. Come dice Phil Stutz[xiii]: “Ho bisogno di te perché non posso farcela da solo”.

Se per te, almeno in queste pagine, sono stata questa “te” nel contribuire almeno un po’ a zittire la tua impostora, ovviamente la cosa mi fa piacere.

In ogni caso ti auguro di far succedere il tuo futuro.


[i] Espressione coniata da Maurizio D’Adda per Piero Chiambretti al Sanremo ‘97.

[ii]  Termine inglese traducibile con fatturabilità, riferito al tempo lavorato per conto di un datore di lavoro e in rapporto al quale ci si aspetta di essere pagati.

[iii]  Locuzione ispirata al ’nonsocosa’ di Italo Calvino nel racconto “Il niente e il poco”.

[iv]  Dal discorso di ringraziamento di Renato Carpentieri attore ultrasettantenne del musical napoletano “Ammore e malavita” alla premiazione del David di Donatello.

[v]Milieu è una parola di origine francese adottata in italiano, che significa «contesto», usata indicare un ambito sociale e culturale in cui una persona vive. Nell’originale francese indica, curiosamente, un ambiente malavitoso o un giro d’affari losco.

[vi]  Nel dubbio il verbo vi metta in difficoltà metto la nota: “acquistare coscienza di qualche cosa”

[vii]  Da Dioniso, il dio greco dell’ebbrezza, stato di esaltazione con allusione allo stato emotivo provato in una orgia.

[viii]  “Ma tu vieni come un uomo!” esclamò il mio ultimo vero amore roteando i grandi occhi, e io deliziata ed orgogliosa, sussurrai: “Siiii!”)

[ix]  Di lunga durata, persistente.

[x]  Quartiere Solari Social Network di Milano, https://quartieresolari.it

[xi]  Traducibile con “esperienza ottimale”, nella teoria di Mihály Csíkszentmihályi.

[xii]  Latino: A parità di altre condizioni.

[xiii]  “Il metodo di Phil Stutz”, Docufilm del 2022 su Netflix diretto da Jonah Hill con Jonah Hill e Phil Stutz

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Stella Bonavolontà

Ciao sono Stella. Sono laureata in Economia Politica e mi occupo di ricerche di mercato qualitative; collaboro da tre decenni con le principali aziende del settore. Napoletana di origine quindi social per definizione, sono community manager di organizzazioni sociali e faccio consulenza alle aziende su strategie di crescita e interazione delle loro customer base.