Frittate e metaverso

di Nunzia Alfano

In nessun momento pensai che ci fosse qualcosa di sbagliato in quello che stavo facendo. Facevo le cose con grande fatica. Avevo paura. Ma non trovavo errori o incongruenze, mi sembrava che fosse proprio così che dovesse andare.

Nei mesi precedenti in casa c’era stata una situazione pesante. Mia sorella, l’ultima arrivata, non stava bene e nessuno capiva cosa avesse. Ricordo che più volte fu ricoverata in ospedali vicino casa e ogni volta era poi rientrata senza che si risolvesse il problema. Fino a quando, per una coincidenza fortuita, qualcuno disse a mia madre che forse bisognava portarla a Napoli al Policlinico: lì studiavano i problemi legati all’alimentazione. Forse mia sorella soffriva di qualcosa che negli anni è diventata diffusissima ma di cui agli inizi degli anni 80 non si sapeva nulla: la celiachia, una condizione sistemica del corpo per cui l’ingestione del glutine causa danni enormi.

Mia madre non ci pensò due volte. Aveva la sua sesta figlia in fin di vita, che da mesi deperiva lentamente e sentiva che non c’era più tempo. Ed era così: quando mia sorella fu ricoverata non avevamo la certezza che avrebbe superato quel momento.

Mia madre e mia sorella rimasero quindici giorni in ospedale. Noi tutti restammo a casa. Eravamo bambini, neanche potevamo andare a farle visita. Ricordo l’angoscia e ovviamente la confusione del momento, ricordo mio padre piangere. La seconda volta che lo vedrò piangere sarà 40 anni dopo, alla morte di mia nonna.

In un momento del genere penso che non sia troppo difficile immaginare la mia meraviglia quando mia madre mi disse che durante quei quindici giorni, in sua assenza, non ci sarebbe stato nessuno a sostituirla, e che pertanto mi sarei dovuta occupare io della casa. Per carità, mi chiese se me la sentivo, ma aggiungendo subito dopo che, secondo lei, ero perfettamente in grado di occuparmi dei miei (quattro) fratelli e sorelle.

Si, proprio io.

Non mio padre che per qualche motivo che ignoro non prese giorni di ferie o di malattia. Né una zia, uno zio, una vicina di casa, che so, una persona vicino alla famiglia, ecco. Non i miei fratelli che erano più grandi di me, tantomeno, ovviamente, le mie sorelle più piccole.

Proprio io. Eppure non avevo certo mostrato superpoteri fino ad allora, né un carattere particolarmente forte, anzi, ero una bambina taciturna, timida, chiusa. Non ero più intelligente degli altri, né più simpatica ed affidabile, non ero agile o dotata di una forza fisica particolare.

Allora perché? Perché ero femmina.

Esattamente la prima figlia femmina.

Questa che potrebbe sembrare una banale classifica, un ordine di arrivo qualunque, costituiva invece una ragione valida, solida, assolutamente incontrovertibile. Senza appello, senza critica da parte di alcuno. La ragione unica e incrollabile di una scelta praticamente naturale compiuta da mia madre era legata al mio sesso.

E da me accettata, naturalmente. Quel mondo lì funzionava secondo sceneggiature rigide, dentro le quali il tuo ruolo era definito e definitivo. E non chiedetemi per carità come sia stato possibile che nessun adulto si sia preoccupato o abbia temuto il peggio in una situazione del genere. In realtà non saprei rispondervi perché non ho mai chiesto a nessuno, neanche negli anni successivi, che cosa effettivamente ne pensassero. Ricordo la visita di un paio d’ore di una zia, e una persona, amica di famiglia, che un sabato mattina ci portò a casa sua.

Poi il nulla cosmico.

In quei quindici giorni mi alzai molto presto la mattina, mi preoccupai di svegliare gli altri, di preparare la colazione, di vestire le mie sorelle, di accompagnarle a scuola, di fare la spesa, di riordinare casa, di fare le pulizie, di preparare il pranzo e la cena. Ah, feci anche le lavatrici e stesi i panni ad asciugare.

Nessun incidente. Nessun piatto rotto. Nessuna caduta, lividi, graffi, litigi, inconvenienti. Zero problemi.

Tutto andò liscio come l’olio. Tranne che per un episodio.

La frittata.

La maledetta frittata fu la sfida più grande. Ci avete mai pensato a quanto sia difficile fare una frittata? Quanto possa esserlo per una bambina?

Vi assicuro che è qualcosa di spaventoso.

Le uova non sono facili da domare, non fanno tutto quello che vuoi tu. Intanto hanno un guscio duro, provi ad aprirle ma non è scontato che al primo colpo succeda. E poi a volte il guscio va a pezzi e alcuni te li ritrovi nell’albume, uffa. Anche l’odore non è un granché, diciamocelo, non è incoraggiante rompere un uovo e sentirne la puzza sulle dita. Poi devi saper scegliere il contenitore dove far cadere le uova, e deve essere della grandezza giusta. E poi il sale. E infine l’olio in padella. Prova a farla una frittata. Devi batterla con una forchetta, devi farlo con forza altrimenti non ti esce bene, non si gonfia, non viene cotta bene… i miei fratelli si sarebbero rifiutati di mangiarla. E poi quando la metti in padella schizza ovunque perché l’olio deve essere ben caldo.

Su forza, non è come preparare uno stupido hamburger. Lo so bene, perché quelli non mi avevano dato alcun problema. Ma la frittata io l’avevo sempre e solo vista fare a mia madre e, a dirla tutta, non mi era mai sembrata una cosa degna di nota.

Quel giorno invece fu una scoperta e insieme una conquista. Quel giorno resta nella mia memoria e non va via. Non vanno via i colori delle mattonelle beige e marrone con la frutta disegnata dentro… la luce che entrava dalla finestra piccola accanto alla zona dei fuochi… i mobili in legno di pino color miele della vecchia cucina (sarebbe andata via più di trent’anni dopo)… il lavandino lì accanto con sopra la fila di uova e il piatto fondo grande… lo stipetto con i barattoli dello zucchero, del caffè e del sale.

A distanza di 41 anni quel momento è esattamente fermo lì: nelle emozioni che provai, nella paura di non riuscire.

Quell’evento non ha solo accompagnato la mia vita; quella stupida frittata è stata con me ogni volta che ho accettato di fare qualcosa. Perché “dovevo”. Perché mi spettava. Perché gli altri se lo aspettavano. Perché era così che doveva andare. Ho ripetuto quel copione decine di volte, ognuna perché “dovevo essere all’altezza”, perché ero donna e quindi il fallimento non era contemplato.

Ogni volta l’immagine di quella manina che stringe quell’uovo, lo gira e lo rigira alla ricerca del punto giusto dove batterlo, si riaffaccia. E per un tempo lunghissimo ho ripetuto lo stesso gesto, sentendo tutta l’ingiustizia di quel momento, senza sapermi sottrarre.

Ho impiegato anni prima di ribellarmi e di fermarmi. Anni per capire il significato di quell’episodio e le conseguenze su di me e le mie scelte. Ho continuato anche io a far decidere ad una bambina, a dirle che non c’era risposta diversa dal “sì, posso farlo”. E soprattutto ho impiegato anni per perdonare me stessa.

Acquisire consapevolezza è stato faticoso e mi ha messo alla prova. Uscire da quell’evento e chiudere la porta ha richiesto uno sforzo enorme perché ha significato dovermi riposizionare rispetto a tutte le mie credenze.

Oggi mi piace andare in giro a cercare quella bimba nel mio metaverso.

La trovo sempre lì, sulla sedia accanto alla cucina, la padella con il gas acceso e quell’uovo in mano. È di spalle e ha una maglietta bianca, i capelli castani tagliati all’orecchio. Una polpetta, bassa e grassottella.

Ne percepisco la concentrazione. So che vorrebbe piangere perché ha paura. Mi avvicino e prendo quella manina, piano piano la apro e metto giù quell’uovo, la giro verso di me e la abbraccio fortissimo. Le dico che è stata coraggiosa e che può lasciarsi andare. Che può dire di no. Può chiedere aiuto. Può mostrarsi fragile. Non deve saper fare tutto. Lei scende dalla sedia, toglie il grembiule e va a giocare, non so con chi né a cosa, ma la vedo sollevata e felice. E questo mi basta.

Non scegliamo di nascere femmine, né se saremo il primo figlio o l’ultimo. Non possiamo prevedere chi saranno i nostri genitori né quali fatti ci accadranno. Le nostre reazioni non saranno consapevoli, e non potrebbero esserlo. Probabilmente continueremo a interpretare la nostra parte secondo uno schema per molto tempo. Compiremo errori e non ne avremo consapevolezza.

Ma in ogni momento della nostra vita, non importa a quale età, possiamo decidere di voler capire. Possiamo scegliere di conoscerci, di diventare amici di noi stessi. Possiamo incuriosirci e voler ascoltare la nostra storia. Possiamo ridare la voce al se stessi anche di trent’anni prima.

È l’unico metaverso che conosco. L’unica vera realtà parallela: gli infiniti universi che abitiamo durante l’intero arco della nostra vita.

Così che possiamo riscrivere la fine della storia. Deciderla noi. Il lieto fine non solo è possibile ma è necessario provare a scriverlo. È necessario immaginarlo e poi realizzarlo. Non esce magicamente dalla nostra penna ma è proprio lì, dentro all’inchiostro.

Per me è il senso più pieno e profondo che potessi dare alla mia esistenza: conoscermi e amarmi. Spero tanto possa esserlo anche per te.

Torna all’indice del libro

Nunzia Alfano

Ciao, sono Nunzia. Sono laureata in Scienze della Comunicazione, e svolgo attività di consulenza per organizzazioni per facilitare la comunicazione, la collaborazione e l’efficienza interna, agevolando il processo decisionale e la partecipazione attiva dei membri del team. Organizzo workshop e sessioni formative mirate. Le mie caratteristiche sono empatia, gestione delle dinamiche di gruppo, ascolto attivo, comunicazione efficace e capacità di creare un ambiente collaborativo e inclusivo. Sono facilitatrice LEGO® SERIOUS PLAY® certificata dalla AMT.