Il barattolo di vetro: fuori tutto è magnifico

di Cinzia Gangale

Tutto quello che fai ha un valore relativo, gli altri ne sanno ottocento volte di più di te e se ti arriva un riconoscimento, è un mero errore di valutazione dell’altra parte. Loro non sanno ancora chi realmente hanno di fronte, e quando se ne accorgeranno, saranno guai, una brutta figura. Meglio stare sotto, meglio evitare, meglio attribuire il merito a qualcun altro, che sicuramente è più bravo.

Ti suona vagamente familiare?

È un piccolo esempio di come il fenomeno dell’impostora possa essere una fine tecnica di auto-sabotaggio che noi donne siamo bravissime a praticare, un modo per rimanere ben nascoste dietro le quinte. Chi brilla di sensibilità è capace di percepire le vibrazioni di ciò che lo circonda, come le ali delle farfalle, e se a queste caratteristiche personali si aggiunge una forte attitudine all’introspezione, dovuta magari all’essere cresciuta in un ambiente in cui la dimostrazione di amore è stata sempre basata sul dovere di fare, con molte probabilità maturerà la convinzione che il merito esiste per gli altri, ma non per sé.

Essere impostora è una condizione mentale auto-limitante tipica delle donne (ma anche gli uomini non ne sono immuni): rafforza le zone di comfort, nutrendosi di convinzioni che diventano giorno dopo giorno azioni depotenzianti, e spingono chi ne patisce ad alimentare dentro di sé una voragine di dubbi.

Aristotele diceva “Dubito, ergo sum”. Il fattore dubbio apre di per sé a mille strategie di apprendimento e ricerca per l’amore della vita, il dubbio è fame di conoscenza. Questo porta ad accrescere notevolmente quelle competenze trasversali (soft skills) che, un po’ paradossalmente, rappresentano il fattore distintivo delle donne che si misurano con il fenomeno dell’impostora: sviluppano abilità che le rendono maggiormente interessanti perché spiccano di intuito, capacità di analisi e propensione all’aiutare gli altri, pur restando nascoste per la loro umiltà e difficoltà a chiedere e ricevere.

Proprio per il fenomeno dell’impostora, questo tesoro rimane chiuso a doppia mandata in una interiorità inaccessibile, a se stesse e agli altri, limitando le possibilità di carriera e di vita. Parlarne, raccontarsi con parole diverse, per dare spazio alle emozioni, può aiutare ad uscirne. Conoscersi per riconoscersi.

Non lo sapevo: unica in un mondo di simili

Da bambina inseguivo le lucertole in campagna, le acchiappavo e le mettevo nei barattoli di vetro (solo per un pochino di tempo): mi piaceva osservarle, capirne i movimenti, guardarle da vicino, fino al momento di rilasciarle per non fargli del male. Provavo a immaginare come si stesse in un barattolo di vetro, ad osservare da lì il mondo, un misto di emozioni tra il timore di non poter più uscirne e la sensazione di protezione che viene dall’idea di restare in un ambiente sì chiuso, ma con le pareti trasparenti che permettono di avere un contatto visivo con l’esterno.

Quando penso all’impostora, ho questa immagine impressa nella mente. Fuori tutto è magnifico[i], chi osserva dall’esterno sente di avere un’idea ben precisa di ciò che vede, mentre chi sta nel barattolo conosce quello che c’è fuori perché lo vede, ma ha paura di uscire.

Non pensavo assolutamente che quel timore a mostrare le proprie capacità fosse una condizione emotiva nota e così diffusa. Per molti anni della mia carriera professionale sono rimasta a vivere in solitudine una sensazione di inadeguatezza che mi imprigionava. Per me era difficile parlarne con altre persone, condizionata dal pensare che se lo dici, allora magari gli altri se ne accorgano, e dunque non conviene proprio. Sono rimasta avvitata in queste zavorre per molti, molti anni; all’inizio perché ero una giovane inesperta, e dunque ci sta, ma più avanti perché ormai ne ero quasi convinta.

Mantieni un profilo basso, sii umile e non mostrarti”, “I figli non vanno elogiati, non c’è motivo di vantarsene sempre, se sono bravi si sa”, sono cresciuta con questi pensieri, espressi di continuo, diventati regola,per averli ascoltati ripetutamente per anni nei vari discorsi familiari.

Per me è stato come crescere diramando le radici in maniera orizzontale, sottotraccia, mantenendo l’altezza della pianta sempre uguale, pur col passare del tempo e con le varie esperienze e vicissitudini della vita, anche quando la famiglia non era più quella di origine e nel frattempo ne avevo messa su una.

Ho appreso del fenomeno dell’impostora durante uno dei tanti corsi di formazione che ho frequentato, scoprendo il libro “Presence[ii] di Amy Cuddy, una psicologa statunitense nota per i suoi studi su stereotipi di genere e discriminazione. È stata una rivelazione: finalmente avevo dato un nome alla mia gabbia.

Ho iniziato così a riavvolgere il nastro, dando un nome a tutte quelle sensazioni e quelle emozioni inespresse che nel tempo, per trovare giustificazione della loro mancata emersione nella realtà, si erano trasformati in sussulti da tenere a bada. I complimenti e gli apprezzamenti mi mettevano in fortissimo imbarazzo: il viso arrossiva (ancora oggi un po’ succede) e comparivano macchie sul collo per l’emozione che saliva ma che non veniva verbalizzata. Allertavano il mio cervello rettiliano e il comando automatico era: “Fuggi, allontanati, non fidarti, perché vedrai che quando scopriranno chi sei realmente, altro che complimenti… si sono fatti una strana idea di te, lascia perdere.

Lascia perdere

Uno volta mi sono chiusa nel ripostiglio dell’ufficio in preda all’ansia. Una mia collega mi è venuta incontro dicendomi: “Ma scherzi! Guardati indietro, riconosci tutto quello che hai fatto, osserva i progressi che hai compiuto e vedi dove sei oggi”.

Fino a quel momento non mi vedevo da nessuna parte di importante, abitavo un non-luogo, i miei progressi mi parevano dovuti al caso o a eventi fortuiti, dove io c’entravo veramente poco, se non per l’essermi trovata al momento giusto nel posto giusto. Era come dirmi: “Disegna nei bordi, non uscire fuori, stai al tuo posto”. Questa sensazione mi ha accompagnato sul lavoro e mi ha messo nelle condizioni di non chiedere quasi mai il giusto riconoscimento, quella condizione in cui ti dici: “Se qualcosa deve arrivare, arriverà da sé… nel frattempo resta nel barattolo di vetro… che non si sa mai”.

Quell’episodio, quell’aiuto inaspettato, ha contribuito a dare una svolta. Per troppo tempo ho evitato di espormi e di cercare altre strade. Ho lasciato perdere, lasciando andare anche le tante gioie dei miei progressi. Impegnandomi a fare sempre del mio meglio sono riuscita però a dirmi: “Ora basta”.

Se ti sei ritrovata anche tu, almeno un po’, in quello che hai letto sinora, non sei sola e questo è il primo passo verso un processo di consapevolezza che potrà aiutarti ad attribuirti finalmente i meriti e successi quotidiani che meriti, mostrando gioia e riconoscenza verso te stessa.

I risultati verranno: in amore, sul lavoro e negli studi. Acquisterà valore tutto quello che ti circonda e, soprattutto, avrà valore il tuo tempo, la tua professione, le tue competenze. Sì, perché l’impostora, manipolando la percezione che hai di te stessa, ti mette nelle condizioni di sottovalutare le tue abilità e le tue capacità e, di conseguenza, di sottostimare il valore del tuo lavoro. Facilissimo che questo accada, in particolare in quei settori da sempre contrassegnati da una alta disparità di genere.

Parlane, chiedi consiglio a qualcuno di cui ti fidi, affronta la realtà, reagisci, osserva e appuntati i tuoi progressi. Sii grata a te stessa per i passi che riesci a compiere.

Se la paura dovesse rifarsi avanti e il timore di non meritare si dovesse riaffacciare bloccandoti le parole, se chiedere un feedback a qualcuno tornasse a farti impallidire alla sola idea di farlo, tu fermati un attimo e respira: scoprirai che pian piano sarà il tuo corpo ha regalarti la serenità per placare le vocine.

Fuori è tutto magnifico, sì, ma tu sei di più.


[i]Magnifico, Fedez feat. Francesca Michielin, 2014

[ii] “Il potere emotivo dei gesti” nella versione italiana.

Torna all’indice del libro

Cinzia Gangale

Ciao, sono Cinzia. Sono molto curiosa, amo esplorare e ricercare, e così che da immaginare di fare l’artista mi sono trovata alla laurea in Scienze dell’Educazione e dei Processi Formativi. Progetto piani formativi aziendali, mi occupo di selezione del personale, orientamento e stesura bilanci di competenze, project management. Mi appassiona facilitare le relazioni in contesti strutturati e non. Ho una forte attitudine alla leadership. Mi sono specializzata come Professional Coach, sono Hogan Assessor e facilitatrice LEGO® SERIOUS PLAY® certificata dalla AMT.