La scienziata e il ferro da stiro

di Alessia Scotti Belli

Apro Instagram… storia… scroll… storia… scroll… storia… scroll… storia: “Da grande vorrei fare la scienziata, ma… pensandoci, non mi immagino come una scienziata”… scroll… SBAM! Torno indietro e mi dico: “Sono io!”.

Sono nata femmina, in Occidente, e… seguendo gli ultimi eventi nel mondo dovrei sentirmi “fortunata”, ma non posso non pensare alle troppe volte in cui, come molte donne, mi sono posta il dubbio se sono davvero “capace” di poter affrontare alcuni lavori piuttosto che altri.

Il ricordo della mia infanzia mi scorre sempre davanti con il sottotitolo “libera e spensierata”, piena di esplorazioni e scoperte tra scorrazzate in bicicletta, corse nei prati, ginocchia sbucciate ed esperimenti improvvisati. C’è però un fermo immagine, la scena nitida di un episodio di quando avrò avuto 4, massimo 5 anni, che mi scosse molto: dei miei parenti mi regalarono una piccola asse da stiro con il suo ferro giocattolo.

Mi sentii profondamente offesa. Alla fine degli anni ’80 – inizi ‘90 per la maggior parte delle persone era scontato che una bimba dovesse desiderare solo di avere perlopiù giocattoli che rappresentassero gli attrezzi utilizzati dalla mamma per le faccende domestiche per poter giocare a “mamme”. Mi piaceva, sì, così come mi piaceva la Barbie, ma io ero anche per “guardie e ladri” o nascondino… volevo semplicemente giocare e non essere etichettata come un “maschiaccio” perché non volevo fare solo i giochi “da femmina”.

Da bambina sognavo di diventare come Carmen Lasorella; mi rivedevo nel volto e nella voce della giornalista di Rai 2, a viaggiare in giro per il mondo, esplorare posti nuovi, conoscere persone e raccontarle. Sono sempre stata appassionata e iperattiva, e le costanti della mia vita sono state parlare, studiare e incuriosirmi del mondo che mi circonda. Sono stata molto fortunata ad aver avuto genitori che non mi hanno mai precluso nessuna possibilità e, mentre molti dei miei amici di classe alle scuole medie furono spinti dalla famiglia ad iscriversi ad una determinata scuola a prescindere dai loro desideri, io invece ho avuto la piena libertà di scegliere in autonomia ciò che mi piacesse. Così, guidata dal mio sogno, mi sono ritrovata a studiare in un liceo linguistico di Napoli, e lì è iniziato il mio percorso che potrei definire interculturale. Ricordo molte persone che quasi banalizzavano la mia scelta dicendo “Ah frequenti l’ex magistrale…”. Io dapprima mi sono ribellata, cercando di spiegare quello che volessi fare, ma poi man mano mi sono zittita: troppo scontato per loro che una ragazza potesse fare solo la maestra, o al massimo la professoressa.

Quando sei adolescente forse non te ne accorgi, ma vivi tutto all’estremo: i sentimenti, le scelte, tutto ti sembra bellissimo o bruttissimo. Proprio in quel mio silenzio, a distanza di anni, rivedo il rischio che ho corso di “adeguarmi” alla società, di rassegnarmi a pensare che forse ero io quella sbagliata e che le cose stavano realmente come le vedevano gli altri. Non ho mai rinnegato la mia scelta – anzi anche oggi la rifarei – perché le lingue straniere le ho sempre sentite come il mio legame con il mondo, e l’impostazione del liceo mi ha dato la possibilità di scegliere tra vari ambiti in cui proseguire gli studi. Pur nel mio silenzio-assenso con l’esterno ho continuato a guardarmi intorno e ad incuriosirmi, e laddove le persone pensavano che io non fossi interessata o coinvolta, in realtà ero orientata ad altro: cercavo – e cerco ancora – di guardare oltre (mi annoio facilmente e per questa ragione ho bisogno sempre di nuovi stimoli).

Arrivata all’ultimo anno, mentre preparavo l’Esame di Maturità, ero indecisa sulla scelta universitaria, fra continuare a perseguire la mia aspirazione di giornalista oppure portare avanti la scelta delle lingue. Mentre tutti i miei amici studiavano ed erano in ansia per la Maturità, io consultavo decine e decine di biografie di giornalisti, per capire quali fossero le loro lauree e come avessero intrapreso il percorso professionale. Diventare giornalista era il mio “cosa fare da grande” fin da un tema che scrissi in 4° elementare e, ostinata e determinata com’ero, difficilmente avrei immaginato che la mia scelta potesse ricadere su qualcosa di diverso. Ma c’era una vocina in me che cercava di farmi guardare oltre la facoltà di Scienze della Comunicazione, e, dopo notti a leggere i vari sbocchi che offriva, mi son ritrovata a studiare Lingue e Comunicazione Interculturale all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Ed ecco che si è ripresentato, puntuale, il “ferro da stiro”: esame dopo esame, tutti a chiedermi “Cosa vorrai insegnare dopo?”: alla fine forse non ho mai voluto insegnare per sfida nei confronti degli altri.

Durante il periodo universitario studiavo e lavoravo, ed ero realmente felice della mia vita iperattiva. Correvo e non pensavo più di tanto ai passi successivi: ero concentrata sul mio presente e sul mio obiettivo: la laurea. All’Università ho avuto la possibilità di studiare l’etimologia delle parole e di imparare tanto sul mondo che ci circonda; fortunatamente pochi sono stati gli esami dove dovevo semplicemente apprendere nozioni, e molti invece quelli che hanno offerto l’opportunità per riflettere. Anche la mia tesi è stata un momento di studio e di riflessione, un lavoro sul corpo femminile visto soprattutto dal lato dell’uso delle parole in diverse lingue, grazie al quale ho aggiunto tasselli importanti alla mia visione sulla femminilità. Più analizzavo i corpora[i], più ero consapevole di come la società influenzi il nostro modo di concepire la donna e la differenza di genere tra maschio-femmina. Mentre divoravo pagine e pagine, tra italiano, spagnolo, albanese e il mondo arabo (attraverso la lingua inglese), mi sono sentita sempre più forte delle mie nuove consapevolezze acquisite con gli studi, e pronta ad affrontare il mondo del lavoro: una ragazza laureata, sicura delle sue competenze e con tanta voglia di imparare ancora. Una volta laureata, mi sono subito lanciata, in primis continuando con l’animazione e i lavori di traduzione, e selezionando annunci per andare a fare colloqui. Sugli annunci che vengono pubblicati e sulle domande che vengono poste alle ragazze durante i colloqui ci sarebbero molte cose da dire, ma non è questo il tema che voglio sviscerare qui.

Iniziai a lavorare in aziende che si occupavano di formazione, e quasi come se dovessi discolparmi dall’aver scelto un lavoro che alla fine sembrava dar ragione agli altri, nella mia mente mi ripetevo che non era un “ferro da stiro” e mi dicevo: “È formazione, non sono una maestra o una professoressa: c’è differenza!”. Il lavoro mi piaceva, mi ha fatto conoscere il mondo della progettazione europea, ho imparato a scrivere progetti e a creare partnership: mi sentivo soddisfatta. Ho fatto poi qualche altra esperienza lavorativa, fino ad arrivare al 2016, un anno di svolta. Ero arrivata ai trenta e sentivo il bisogno di guardare oltre, così insieme ad altre donne decidemmo di fare una scommessa su noi stesse e fondare un’azienda che progetta e sperimenta.

Non ero un’imprenditrice (non penso di esserlo anche adesso), non sapevo nulla di come funzionasse tutta la macchina amministrativa e finanziaria di un’azienda, ma io e le mie compagne avevamo chiaro cosa volevamo: un’azienda tutta nostra.

Oggi sono qui a ricordare tutte le strade tortuose che ho percorso, determinata più che mai ad andare avanti. Dopo 7 anni, la mia azienda ha una serie di processi ormai consolidati ma, avendo come core la sperimentazione in ambito STEM, cerco sempre di mettere in discussione tutto, compreso me stessa come donna, come lavoratrice, come figlia, come compagna, come amica.

Per una donna è un continuo doversi misurare con l’approccio solo al maschile che caratterizza la nostra società, con gli stereotipi intorno alla figura femminile, con la violenza psicologica (e per molte, purtroppo, anche con quella fisica).

Non conto più quante volte nella mia vita ho dovuto rispondere alla domanda “Perché non hai ancora figli?” e “Perché non sei sposata?”, come se, superati i 35 anni, una donna avesse una scadenza; oppure quante volte mi hanno chiesto “Vuoi che ti faccia manovra io?”, come se quando una donna prende la patente non abbia le stesse abilità di un uomo.

E peggio ancora nel mondo del lavoro. Penso alle volte in cui i miei risultati non sono stati considerati frutto dell’impegno e merito delle capacità, ma malignamente attribuiti al fatto che sono donna, sono bionda, a chissà chi mi ha aiutata o “a chi l’ho data” per costituire la mia azienda, e via discorrendo. E a tutte le volte che capita durante una discussione di lavoro una persona (maschio o femmina senza distinzione in questo caso) che sposta il discorso su altro, di solito sull’aspetto fisico, con frasi del tipo “Eh, sei carina per questo ti ascoltano”, oppure “Sei giovane per questo ti ascoltano” , ecc… per sminuire e non voler intaccare lo stereotipo che è l’uomo che lavora, ha competenze e porta avanti la famiglia, mentre la donna giovane dovrebbe stare a casa ad accudire la famiglia. Oppure quando mi vien detto “Hai quasi 40 anni, un figlio non lo farai più” o “Lavori tutto il giorno, non potrai portare avanti una famiglia…”: è così difficile pensare che una famiglia si possa costruire tra più persone? Non è una opzione da considerare che forse io amo il mio lavoro e che al momento gli orari massacranti non mi pesano perché faccio quello che desidero fare? E in ogni caso una “famiglia” si costruisce dividendo equamente i compiti tra le persone che la compongono, e non è solo la donna che deve “fare” in casa!

Non è facile in questi casi mantenere la lucidità e riportare immediatamente il discorso sugli argomenti lavorativi che stavi affrontando; spesso rimani lì a rimuginare sul perché è così difficile per certa gente ritenere normale che una ragazza in minigonna possa saper parlare e argomentare quel che dice, senza dover buttare il discorso sul suo corpo o sul suo aspetto. E vale anche l’inverso: perché ad una donna deve esser fatto notare se un giorno magari ha un aspetto un po’ trasandato, non è truccata o non ha i capelli perfettamente in ordine, e invece non si nota allo stesso modo l’eventuale strambo accostamento di colori indossato da un uomo? 

La nostra società è ingessata su questi pregiudizi e dovremmo sempre reagire per scardinarli. Io non sempre ci riesco: a volte rispondo con impulsività; altre invece resto in silenzio perché magari in quel momento non ho voglia di cadere nei soliti discorsi, anche se mi rendo conto che così facendo si continuano ad alimentare quei pregiudizi. Così mi chiedo: “Sono in grado davvero di affrontare tutto ciò?”.

Sono nata femmina, in Occidente, e… non devo e non voglio farmi schiacciare dagli stereotipi: la sfida è farsi dare fiducia, convincere le persone intorno (ma anche se stessi) che una donna può costruire un’azienda, affrontare tranquillamente le difficoltà che incontra, superare i problemi e i momenti difficili, parlare di finanza, assumere persone, affrontare tribunali e processi, guidare per ore in autostrada da sola di notte o viaggiare in un paese lontano per lavoro. 

Non dobbiamo mai smettere di presentare il nostro valore, nel lavoro come nella vita, mostrare chi sei attraverso ciò che dici e fai, senza sentirsi inadeguata perché sei una ragazza o perché magari hai messo un vestito un po’ più attillato e un rossetto rosso. È un duro esercizio di facilitazione e di nervi saldi da tenere, ripetendosi continuamente “Io sono le mie competenze” e non quello che vogliono vedere gli altri.

Tutte le mattine mi alzo e mi ripeto che non potrò cambiare il mondo, ma posso cambiare il mio approccio ad esso. E come io, donna occidentale, posso farlo? Reagendo alle diverse sollecitazioni negative: non rimanendo mai in silenzio se una persona fa una battuta a sfondo sessuale o sull’aspetto fisico, ma bloccarlo e riportare subito il discorso sul piano lavorativo; non minimizzando quello che ho costruito e costruisco tutti i giorni, dalla vita personale al lavoro; educando me e gli altri all’uso appropriato delle parole, in modo che ogni singola persona, di qualunque sesso sia, possa seguire le passioni che ha, senza distinzioni di colori, di giochi o di sport. Come un ferro da stiro (questa volta con un significato che mi piace) cerco di rimuovere “le pieghe” che incontro quotidianamente.

“Da grande vorrei fare la scienziata”… sì, se lo voglio, mi posso immaginare come una scienziata!


[i]  Per i non addetti ai lavori i corpora linguistici sono collezioni, per lo più di grandi dimensioni, di testi orali o scritti prodotti in contesti comunicativi reali.

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Alessia Scotti Belli

Ciao, sono Alessia. Sono laureata in Lingue e Comunicazione Interculturale e mi occupo di innovazione nella formazione e progettazione europea. Dopo vari studi e esperienze professionali in vari ambiti (formazione, innovation technology, digital communication, project management) dedico la mia attenzione e le mie ricerche a nuove metodologie formative cercando di far confluire e interagire tutte le competenze acquisite e le mie passioni per innovare i processi di insegnamento e di apprendimento. Sono facilitatrice LEGO® SERIOUS PLAY® certificata dalla AMT.