La sostenibile leggerezza di cambiare postura e prospettive

di Marilena Resta

È più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio.

A. Einstein

Ti è mai capitato di osservare da vicino l’impostora? Di soffermarti sul suo sguardo, sul suo portamento, a provare a leggerne i pensieri?

Se stai provando a riavvolgere il nastro della memoria, e pensandoci, non ricordi di esserti mai imbattuta in questo viaggio, non temere. Si tratta di un’azione che non è né semplice, né tanto meno abituale, soprattutto se, come spesso accade, l’impostora in questione sei tu….

Sì, dico proprio a te che leggi. A te che, mentre leggevi le pagine precedenti, più volte, ti sei anche detta che: “No, in me non è presente l’impostora“ e ti sei convinta che ciò che spesso provi, in realtà non è esattamente quello che hai trovato descritto.

Mi rivolgo anche a te, che hai appena terminato l’Università e stai iniziando a muovere i primi passi nel mercato del lavoro, che ti accosti al tema per la prima volta e ancora non hai avuto occasione di sentirti così, o magari ancora devi incontrare quello bravo a farti sentire un’impostora e una persona priva di risorse.

Infine, ma non per ultima, parlo anche a te, che desideri cambiare lavoro, ma non riesci a trovare il coraggio di lasciare il posto in cui sei, oppure lo hai appena acciuffato questo coraggio, ma già senti la vocina che ti dice: “Ma dove vuoi andare? Ma cosa credi di poter fare?.

Che tu sia A, B o C, poco importa; ti chiedo di mollare gli ormeggi e imbatterti nel viaggio che ti propongo, un percorso tra alcuni dei linguaggi del corpo: un viaggio che, senza l’ambizione di essere esaustivo, si focalizzerà su una breve analisi tra alcuni tratti del verbale e del non verbale, a partire dai quali riflettere e porsi delle domande sul “fenomeno dell’impostore”.

Il focus sarà sulla postura che, a mio avviso, è tra gli aspetti da osservare per cogliere i primi segnali e riconoscere l’impostora. È da questa constatazione che prende vita il percorso che faremo, con l’obiettivo di facilitarti nel riconoscere prima e modificare poi quella postura, per liberarti dell’impostora. Nel corso del testo spesso ricorrerò all’ironia e all’uso del linguaggio metaforico. Mi preme dirti che non è mia intenzione ferire nessuno. Imparare a sorridere anche sui problemi, mi ha permesso di elaborare nel tempo strategie per gestirli e fronteggiarli. Inoltre, mi preme dirti che io stessa sono stata un’impostora, vittima dell’impostora che risiedeva in me, che ho iniziato a conoscere solo alcuni anni fa.

Prender consapevolezza è stato solo il primo passo per iniziare a sgretolare la sua forza. Un primo, iniziale, passo lungo un percorso minato, nel quale ho sofferto e, soprattutto all’inizio, mi sono percepita come “impotente”. A questa fase è seguito il rifiuto; spesso mi sono detta frasi del tipo: “Non sono io, è solo una fase, passerà”. Quello che non sapevo è che, come enuncia la citazione di Einstein con la quale ho scelto di aprire questo capitolo, i pregiudizi, soprattutto quelli verso noi stessi, sono difficili da disintegrare. Son così radicati, da portare il celebre fisico a pensare che sia più facile distruggere un atomo. Che a dirlo sia un fisico e non un umanista, non può che rafforzare la valenza della citazione.

L’impostora nasce da qui. Nel tempo, si ciba e si alimenta di quel pregiudizio insito in noi. Maturare questa consapevolezza mi ha permesso di capire che, quella che stavo vivendo, non era una fase, bensì un circolo vizioso che si auto-alimentava e dal quale difficilmente sarei uscita continuando a emulare il pattern di azioni appresi negli anni, ormai consolidati.

Quando è avvenuto il cambiamento? Quando ho smesso di raccontarmela, ed ho trovato il coraggio di accettare prima, e affrontare poi, l’impostora.

Il processo che ho messo in atto, avvalendomi di alcune delle tecniche di coaching, mi ha permesso di iniziare a de-costruire, giorno dopo giorno, le potenti credenze limitanti imposte dal sistema familiare, scolastico e lavorativo nel quale ero cresciuta, e di cui l’impostora sapientemente si alimentava, in un percorso grazie al quale, sono riuscita a metterla KO!

Intendiamoci, è un percorso che non posso considerare concluso, e che ogni giorno, devo confermare di voler intraprendere. Lei, l’impostora, è sempre lì in agguato, dietro l’angolo, pronta ad attaccare!

Determinante, lungo questo percorso, è stato condividere un “pezzo di strada” con altre donne (e uomini, seppur in netta minoranza) che, spesso inconsapevolmente, mi hanno aiutato a riconoscere come alcuni miei pregiudizi si erano trasformati in vere e proprie credenze limitanti che intrappolavano me e alimentavano l’impostora.

Apro una parentesi per specificare cosa intendo per “credenze limitanti”, troppo importante per confinarlo in una nota a piè di pagina. Ci si riferisce a convinzioni che risiedono nella nostra struttura profonda (surface structure, un concetto introdotto dal linguista statunitense Avram Noam Chomsky nel suo modello della grammatica generativo-trasformazionale) delle quali non siamo consapevoli. Queste determinano il significato che attribuiamo agli eventi e condizionano le nostre scelte, limitando e ostacolando il raggiungimento di alcuni obiettivi. Per esempio, frasi come “Non sono capace”, “Non merito la felicità”, “Non sono brava con la tecnologia”, “Sono fatto così[i].

Le “credenze limitanti” sono oggetto di studio della PNL (Programmazione Neurolinguistica); imparare a riconoscerle è stato determinante per mettere KO l’Impostora; per questo ti suggerisco di approfondire con la lettura del libro “Il potere delle parole e della PNL” di Robert Dilts.

Così come esistono le “credenze limitanti”, esistono poi anche le credenze potenzianti, che esercitano una “pressione” positiva, poiché ci permettono di raggiungere l’obiettivo e sono quelle su cui facciamo leva per intraprendere la crescita e l’evoluzione personale e professionale. Ciascun individuo ha sia delle credenze limitanti sia delle credenze potenzianti delle quali, non sempre, è consapevole.

La postura dell’impostora

Prima di andare avanti è necessario soffermarsi sull’etimologia della parola “postura”. Allinearsi sul significato delle parole è un passaggio cruciale nella relazione interpersonale, onde evitare che la mente vaneggi verso libere interpretazioni, delle quali la nostra amica va ghiotta! Dagli studi della PNL ho appreso che ciascuna di noi è dotata di una “mappa del mondo”, ovvero un insieme organizzato di convinzioni su se stessa, sugli altri, sulle cose e sugli eventi, sulla base della quale codifica e decodifica la realtà. Esplicitare le intenzioni, e il significato che si intende dare alle parole, rappresenta un passaggio necessario se vogliamo evitare spiacevoli fraintendimenti.

Con il termine postura, mi riferisco alla posizione che assumiamo, ovvero al “modo di atteggiarsi del corpo umano o di una sua parte” rispetto a se stessi e rispetto agli altri (cit. Treccani).

Non mi riferisco solo ad una postura fisica, poiché questa accezione sarebbe riduttiva, ed io desidero includere in questo nostro ragionamento anche la “postura cerebrale”, ovvero l’atteggiamento con cui ci poniamo verso persone e situazioni.

La scelta di parlarti della postura dell’impostora è motivata da una recente casuale rivelazione che per me è stata illuminante; ragion per cui desidero condividerla con te.

La specie umana, nel corso degli anni, ha subito notevoli trasformazioni. Non lo dico io, ma la Scienza e, le rappresentazioni che solitamente troviamo sui libri di storia, ne sono la prova (guarda caso, generalmente, vengono rappresentati prevalentemente degli uomini). Qui potrei aprire una discussione lunghissima; ma poiché oggetto della mia riflessione non è il soggetto immagine, quanto il processo che rappresenta, ho scelto di proporti una rielaborazione sui generis della nota immagine sull’evoluzione della specie (nella pagina successiva).

Non ti sarà difficile cogliere la differenza.

Se la osservi bene, noterai come la postura è mutata nel corso dei secoli. Man mano che la specie umana si è evoluta, la schiena curva e lo sguardo chino hanno lasciato il posto ad una schiena sempre più retta ed uno sguardo sempre più verso l’alto, orientato al futuro.

Bene, ho scelto di partire da questa immagine perché, secondo me, l’impostora vive nella posizione rappresentata nella seconda rappresentazione.

Tu, come me, puoi anche identificarti nell’ultima, ma nel momento in cui dai credito alla voce dell’impostora e alle sue parole, scegli di assumere la postura della seconda figura.

Quella postura lì è la posizione tipica di chi è gravato dal peso e dal “farsi carico”, spesso di cose non sue. Non l’avevi mai guardata sotto questo punto di vista, vero?

Io ho assunto a lungo quella postura, e lo sono stata soprattutto all’inizio del mio percorso professionale, perché cresciuta con un refrain costante: “Sei all’inizio, sei giovane, e devi fare tutto ciò che ti chiedono”, considerazione che ci può stare (fino ad un certo punto) quando hai vent’anni, hai terminato la scuola o sei da poco uscita dall’università e “tutto fa esperienza” e “hai solo da imparare”.

Il problema inizia a sorgere quando quella considerazione permane col passare degli anni e, anche dinanzi alla evidente maturazione di esperienza e competenza, diventa una vera e propria voce interiore che finisce per guidare l’azione e alimentare le risorse e l’energia dell’impostora che è in te. Ecco che trascorri il tempo a dire di “sì” agli altri e “no” a te stessa. Ti dici che “non sei abbastanza”, senti di “non essere mai all’altezza”, rimani costantemente un passo indietro, e al palco, che ti sei anche guadagnata, continui a preferire il dietro le quinte e via discorrendo. Tutte frasi e comportamenti che creano quelle convinzioni limitanti alle quali finisci per credere per davvero, reprimendo le tue risorse e il tuo potenziale.

È qui che l’impostora prende il sopravvento, a poco contano i risultati: puoi raggiungere tutto quello che vuoi, non sarà una meta e/o un traguardo a farla tacere. Lei continuerà a rimbombarti la testa: “È stata solo fortuna!”, “Non penserai mica di aver fatto tutto da sola…”, “Se non ci fosse stato lui/lei, tu non saresti qui!”, “Sei troppo giovane per…”, “Ma cosa vuoi saperne tu….

Queste, o frasi simili, ti impediranno di sentirti autorizzata a “pretendere di più” (più spazio di confronto, più autonomia, più potere decisionale, più… soldi), e diventeranno ancoraggi ancor più potenti, qualora dovessero verificarsi episodi ed eventi, quali errori e fallimenti, nei quali potrai incappare nel tuo “fare”, dando così apparente conferma a queste ombre. Lì sarà un attimo cadere nella trappola e suggestionarsi che l’impostora “ha ragione”, ed è meglio che tu rimanga dietro le “quinte” e non salga sul “palcoscenico”, che continui ad essere solo “spalla” sulla quale gli altri possano appoggiarsi e non “mano” che crea e genera nuovi scenari. Va bene che tu ti muova “in punta di piedi”, per non far rumore e non disturbare, o che tu rimanga “zitta” a quella riunione, perché tanto non ti ascolterebbero, anche se puoi definirti un profilo middle, sei e resterai comunque la più giovane al tavolo (e dunque da considerare il giusto).

Non devi sentirti in colpa; non è colpa tua! Sii certa che se vuoi, puoi fare qualcosa. E non parlo di cambiare postura del corpo; non è il primo passo. È evidente che poco conta che tu cammini con la schiena dritta, se poi continui ad avanzare con la postura cerebrale dell’impostora, quella di chi si fa carico di tutto.

È su quella postura, sulla de-costruzione delle credenze sulle quali è ancorata, che puoi agire se vuoi liberarti dell’impostora!

Ribellati all’impostora che è in te

Più è vasta la tua sfera del sapere,
più sarà vasta la superficie di contatto
che ha con l’ignoto.

W. Goethe

Ci avevi mai pensato? Più sai, più accumuli conoscenza, più ti accorgi di non sapere. Non è chissà quale rivelazione. Il primo a parlarne è stato Socrate, noto per aver affermato “So di non sapere”, eppure la citazione di Goethe ha pervaso il mio animo di serenità quando l’ho letta per la prima volta. Ha avuto il potere di farmi sentire “risolta”; man mano che amplio le mie conoscenze esploro nuovi mondi prima sconosciuti e, dunque, al crescere delle mie conoscenze è lecito che cresca anche la distanza tra me e l’ignoto, quell’ignoto di cui prima ignoravo l’esistenza.

Generata questa nuova consapevolezza, puoi iniziare a liberarti dell’impostora, ribellandoti al suo mindset. Tranquilla, non t’invito alla violenza, desidero solo proporti un’accezione ecologica del termine ribellarsi:

Ri-bellarsi = “tornare al bello”

Per iniziare a ribellarti ti propongo due domande da porre a te stessa:

Quali caratteristiche ti riconoscono gli altri, che tu spesso dai per scontato?

Pensa a quella volta in cui hai rischiato, pur non sentendoti pronta e ce l’hai fatta. Cos’ha funzionato?

Ti consiglio di scriverti in dettaglio su un quadernetto quanto emerge, e di tenerlo a portata di mano per i momenti in cui l’impostora dovesse tornare.

Ribellandoti all’impostora scoprirai quanto di più bello c’è in te e di cui ti eri dimenticata.

È da quella bellezza che devi ripartire.

Sei pronta?


[i]  Fonte: Unicusano https://salerno.unicusano.it/universita/le-credenze-cosa-sono-come-limitano

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Marilena Resta

Ciao, sono Marilena. Sono laureata in Metodologia, Organizzazione e Valutazione dei Servizi Sociali con specializzazione in valutazione d’impatto. Mi occupo di progettazione sociale, facilitazione di processi partecipativi e responsabilità sociale d’impresa. Negli anni ho arricchito il mio background conseguendo le qualifiche di Professional Coach e Chief Value Officer, competenze che metto a servizio delle organizzazioni che scelgono di farsi accompagnare in percorsi di gestione del cambiamento e misurazione del valore, attraverso le leve strategiche della formazione, della facilitazione, del coaching e della sostenibilità.