Leggera come una sillaba, completa come una frase

di Nicoletta Boldrini

Sono una donna, sento mio il pronome “lei” e mi riconosco pienamente sia nel genere che nel sesso femminile. Perché ti scrivo questo? Perché lavoro in ambito STEM (l’acronimo di origine inglese che racchiude le discipline Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) e la combinazione donna-STEM è considerata dai più innaturale, al punto che quelle che lavorano in questo settore non passano inosservate. Questo provoca in moltissime donne (me compresa) quella dannata sindrome dell’impostora (eh sì, lo scrivo al femminile!) che raccontiamo in queste pagine.

Lo avrai letto ovunque e in qualunque declinazione: in un mondo in cui le evoluzioni ed i cambiamenti sono sempre più veloci grazie (anche) ai progressi della tecnologia e della scienza, le discipline STEM rappresentano uno dei pilastri fondamentali per lo sviluppo e il progresso della società. Ma sono solo uno di questi pilastri. Ci tengo subito a dirti che, dal mio punto di vista, le discipline STEM hanno bisogno, oggi più che mai, della “controparte” umanistica come sociologia, antropologia, filosofia, diritto… a patto di scardinare i vecchi schemi del passato, basati su pregiudizi e stereotipi che vedono le donne da confinare verso le materie umanistiche e solo gli uomini “adatti” alle materie scientifiche.

La disparità di genere nelle materie STEM è un fenomeno complesso e stratificato, che si manifesta in vari ambiti: dall’istruzione alla ricerca, dalle attività professionali alle posizioni di leadership. La scarsa presenza (quando non la vera e propria assenza) delle donne in queste aree ha conseguenze negative non solo per noi donne ma per l’intera società, in quanto limita l’accesso a talenti e competenze, oltre a perpetuare insopportabili bias di genere e disuguaglianze sociali.

Negli studi, le ragazze tendono a essere meno rappresentate nelle materie STEM già a partire dall’istruzione secondaria. Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici e includono pregiudizi radicati nella cultura e nella società civile, nonché un ambiente educativo non sempre favorevole alla partecipazione attiva delle ragazze in queste materie. Noi donne tendiamo a scegliere percorsi di studi umanistici perché ci fanno credere che siano più adatti a noi “femmine”, ma non per le nostre vere attitudini. Aggiungo che la carenza di modelli femminili nelle discipline scientifiche e tecnologiche ha avuto un peso non banale sulle scelte di molte di noi. La mancanza di riferimenti cui ispirarsi alimenta ancor di più il senso di inadeguatezza di chi risulta agli occhi della società un po’ “controcorrente” perché mostra di amare queste materie. Da una recente ricerca[i] basata su 2000 ragazze adolescenti dai 14 ai 26 anni è emerso che riguardo agli studi futuri o alla carriera lavorativa, il 20% di loro non ha “nessun modello di riferimento” e per il 30% il principale modello è la propria mamma: in sostanza una su 2 non ha modelli esterni alla famiglia a cui riferirsi per progettare il proprio futuro. C’è bisogno di presentare sempre di più storie di “normale” successo delle donne in area STEM per invogliare altre donne a seguire le loro orme. È un meccanismo virtuoso accertato in sociologia con gli studi sul “Role model” di Robert K. Merton che evidenziano come le persone tendano a imitare i comportamenti di coloro che occupano il ruolo a cui aspirano. Per questo iniziative come InspiringFifty[ii] e molte altre simili, che presentano storie di “normale” eccellenza al femminile in area STEM, non possono che essere viste con favore.

Lettera 22, la macchina da scrivere di Olivetti “leggera come una sillaba, completa come una frase” – così recitava il claim pubblicitario – è divenuta simbolo di una Italia che cambia e che si modernizza. Adriano Olivetti, dagli anni ’30 del Novecento in poi, mise in atto una vera e propria rivoluzione organizzativa del lavoro in ambienti di lavoro moderni e gradevoli, con una gestione dei processi produttivi flessibile e attenta alle esigenze personali delle lavoratrici, comprese soluzioni elastiche per aiutare le donne con la maternità e la cura dei figli (all’epoca il lavoro tecnico in fabbrica era quasi esclusivamente maschile e gli ambienti non erano confortevoli; Olivetti diede il via ad un inarrestabile processo di emancipazione della condizione femminile nei luoghi di lavoro. Seppur lente e ancora poco inclini alla carriera delle donne, quelle importanti scelte del passato oggi suonano come prime leggere sillabe di una frase che, con l’avvicinamento delle donne alle materie tecnico-scientifiche, si sta compiendo solo ora).

La carenza di role modeling si riflette nelle statistiche degli iscritti delle università, dove la presenza femminile nelle facoltà di ingegneria, informatica, fisica e matematica è di molto inferiore rispetto a quella maschile.

Non è un fenomeno solo italiano, coinvolge tutto il panorama europeo. Giusto per darti una fotografia, secondo i dati Eurostat, a fronte di una media UE di circa 21 laureati in materie STEM ogni 1.000 giovani tra 20 e 29 anni, le laureate femmine sono 14,9, mentre i laureati maschi sono quasi il doppio, e questi dati in uscita non dipendono certo dalle prestazioni accademiche delle donne, dato che ragazze in area STEM fanno registrare risultati migliori sia in termini di voto di laurea medio, sia in termini di tempo impiegato per concludere gli studi[iii] rispetto ai loro colleghi maschietti.

Anche nel mondo del lavoro e nella ricerca, la disparità di genere nelle materie STEM rimane marcata. Le donne, pur essendo maggiormente presenti in alcune discipline come la biologia e la chimica, sono spesso sottorappresentate nei settori ad alto contenuto tecnologico e ingegneristico, per non parlare in generale dei ruoli di vertice. Spesso, proprio per via di questa sottorappresentanza, alimentiamo da sole quel senso di inadeguatezza che poi ci limita anche nell’avanzamento di carriera.

Va però chiarito che la disparità di genere nelle materie STEM, sia negli studi sia nelle attività professionali e nella ricerca, è una questione complessa e multifattoriale che ha origine da molte e differenti cause e dinamiche che contribuiscono a questa persistente disuguaglianza. Avere più donne iscritte alle discipline STEM non risolverebbe automaticamente il problema, ma intanto agirebbe su una delle cause.

Quel malsano senso di inadeguatezza che alimenta l’impostora che è in noi ha diverse origini.

  • Stereotipi di genere e aspettative sociali: fin dalla tenera età, bambine e bambini vengono spesso influenzati dagli stereotipi di genere e dalle aspettative sociali che associano le discipline STEM agli uomini. Questa percezione può portare le ragazze a sentirsi meno competenti o meno interessate a perseguire studi e carriere in queste aree, limitando il loro potenziale e contribuendo al mantenimento del divario di genere.
  • Scarse opportunità di formazione e orientamento: la mancanza di programmi educativi e di orientamento specifici per le ragazze nelle materie STEM può rappresentare un ostacolo per l’accesso e la partecipazione delle stesse a questi ambiti. L’assenza di modelli femminili e di docenti sensibili alle questioni di genere può inoltre rafforzare l’idea che le STEM siano “materie maschili”.
  • Ambiente accademico e lavorativo ostile: le ragazze e le donne che entrano nel mondo delle STEM possono trovarsi ad affrontare un ambiente poco accogliente e talvolta ostile, caratterizzato da discriminazioni, pregiudizi, differenze di retribuzione (gender pay gap[iv]) e persino molestie sessuali. Queste situazioni possono scoraggiare le donne a perseguire una carriera nelle discipline scientifiche e tecnologiche, limitando ulteriormente la loro presenza in questi settori.
  • Squilibrio nella divisione dei ruoli familiari e lavorativi: le donne che lavorano nel campo delle STEM possono trovarsi ad affrontare una maggiore difficoltà nel conciliare la carriera con gli impegni familiari, non tanto perché non ne siano in grado ma a causa di aspettative sociali e dei ruoli di genere tradizionali che inquinano quindi le opportunità per le donne. Questo può portare a una minore partecipazione delle donne in posizioni di leadership e ricerca, perpetuando la disparità di genere.
  • Bias implicito e valutazione del merito: le decisioni riguardanti promozioni, finanziamenti e riconoscimenti nel mondo delle STEM possono essere influenzate da bias impliciti e pregiudizi di genere, che tendono a favorire gli uomini a scapito delle donne. Ciò può avere un impatto negativo sulle carriere delle donne nel campo delle scienze e della tecnologia, minando la loro motivazione e la loro fiducia nelle proprie capacità.

In riferimento a quest’ultimo punto – e mi permetto di sottolinearlo da donna che opera in un contesto STEM e da professionista che ha visto (e subito in prima persona) gli effetti della disparità di genere – spesso dobbiamo affrontare ostacoli aggiuntivi rispetto ai colleghi uomini. Hai già sentito parlare del “soffitto di cristallo”?

Il “soffitto di cristallo” (glass ceiling) è un’espressione coniata alla fine degli anni ‘70 dalla scrittrice americana Marilyn Loden e che progressivamente si è diffusa, arrivando ad essere regolarmente utilizzata anche nei documenti ufficiali governativi USA, per descrivere metaforicamente una barriera invisibile e difficile da superare che impedisce alle donne e alle minoranze di raggiungere posizioni di potere e di responsabilità all’interno delle organizzazioni. Questo ostacolo non è legato a leggi o regolamenti espliciti (anzi, spesso alcuni regolamenti interni alle aziende, soprattutto negli ultimi anni, “forzano” per ridurre i divari), ma è piuttosto il risultato di una serie di dinamiche, sottili e spesso inconsce, come stereotipi di genere, pregiudizi e discriminazioni. In altre parole, il soffitto di cristallo è come una barriera invisibile che limita l’avanzamento professionale di donne e altre “minoranze”, nonostante le loro competenze e capacità. Si definisce “di cristallo” perché, essendo trasparente, può essere difficile identificarlo e dimostrarne l’esistenza, ma la sua presenza si manifesta nelle disparità di genere e nelle differenze di rappresentanza nelle posizioni di potere e di leadership.

Ma… in tutte le storie c’è sempre un “ma” e il mio vuole essere da stimolo per ampliare e accelerare un cambiamento – in parte già in atto – senza però alimentare crociate demagogiche e populiste.

Sono ovviamente favorevole alla “lotta” per la parità di genere, purché sia in termini di equità e la parità assuma un significato di vera valorizzazione delle diversità, e non di generica “uguaglianza” tra uomini e donne, con un politically correct esasperato che finisce poi paradossalmente per essere un’arma di difesa dello status quo. La parità la vedo come elemento distintivo dell’accesso alle opportunità (agli studi, alla ricerca, alla carriera…). Equità e diversità devono essere valorizzate ed alimentate in tutti gli aspetti della società, affinché le ragazze (e i ragazzi) possano scegliere liberamente studi, attività, competenze ed abilità da far crescere in base alle proprie specificità, attitudini e desideri personali. Non dimenticando che, nel corso della propria vita, si può cambiare strada tante volte (come ho fatto io) e questo non pregiudica le nostre capacità, anzi ci arricchisce come persone e come professioniste.

La mia esperienza

Desidero raccontarti come sono riuscita a “controllare” l’impostora che è in me (non riesco ancora a farla sparire, ma almeno la placo). La mia non è una storia di ispirazione e coraggio, tutt’altro, è una storia di errori e cadute. Ho fatto studi umanistici, convintissima che avrei potuto essere una buona avvocatessa. Mi sono resa conto che forse avevo sbagliato strada solo a studi conclusi (studi che però, potendo tornare indietro, comunque rifarei!) affrontando uno dei momenti di crisi più forti nella ricerca della mia identità e del mio essere.

A darmi la spinta sono stati due uomini: mio padre e un tutor studentesco. Mio padre, uomo di poche parole, mi disse solo che “cambiare strada non è mai un male”, e ho capito il valore di quelle parole moltissimi anni dopo; il tutor mi fece solo una domanda: “Perché non fai giornalismo?”: aveva visto qualcosa in me che io non vedevo ancora.

Come sono arrivata alla tecnologia e alla divulgazione scientifica, poi, è una storia ancora più “sbagliata”. In uno dei tanti periodi di stage svolti per imparare come scrivere (spoiler: leggendo tanto e scrivendo pochissimo!) ho avuto l’occasione di realizzare un breve articolo su un inserto domenicale di un noto quotidiano nazionale. Il tema era “I colori a tavola” e doveva essere una sorta di guida alle proprietà benefiche degli alimenti in base al colore (per esempio, le verdure rosse come i pomodori hanno proprietà antiossidanti). La mia testa ha deciso di funzionare in modo diverso ed ho scritto un pezzo critico andando a cercare le evidenze scientifiche di alcune affermazioni, enfatizzando che “se è vero che broccoli, cavoli e cavolini di Bruxelles contengono una molecola chiamata indolo-3-carbinolo (I3C) che, secondo numerose qualificate ricerche scientifiche, sarebbe in grado di ripristinare l’attività di un gene che contrasta la crescita del tumore… le dosi che si sono rivelate efficaci negli studi scientifici non sono affatto raggiungibili con l’alimentazione (dovremmo mangiare chili e chili di broccoli tutti i giorni) e serve quindi la sperimentazione preclinica e clinica di un integratore realizzato dalla sintetizzazione di quella molecola”.

Immagino tu abbia già tratto le conclusioni: non era ciò che mi era stato chiesto: in un impeto d’ira mi fu malamente detto di “andarmene a scrivere di scienza altrove”. Mai rimprovero fu più propizio. Cacciata da lì, finii nella micro-redazione di una testata giornalistica che si occupava di IT (Information Technology) per le aziende, un magazine verticale B2B. Non capivo una sola parola di ciò di cui discutevano il direttore e gli altri giornalisti, tutti uomini con una sola bella eccezione, la caporedattrice. Pronunciavano acronimi di cui non avevo mai sentito parlare prima (ERP, CRM, MES… aiuto!). Che fare? In quel caso la soluzione fu abbastanza semplice: studiare.

Da allora non ho più smesso (di studiare intendo) e così sono migliorata come giornalista e divulgatrice, ho imparato molte cose, mi sono fatta una buona cultura e conoscenza in ambito tecnologico e scientifico, ed ho abbracciato con serenità la consapevolezza che sono ancor di più le cose che devo ancora imparare e le esperienze che posso fare. Aveva ragione mio padre: “Cambiare strada non è mai un male”.

Ma l’impostora talvolta non è facile da frenare. In una delle mie esperienze in ambienti aziendali maschili con competenze STEM (prevalentemente T ed E), ho scoperto casualmente che il mio capo (toh… maschio, che strano) pensava avessi fatto studi nel campo dell’informatica. Durante un pranzo, in una conversazione informale, ci ritrovammo a parlare della difficoltà di superare alcuni esami all’università e io gli dissi, con estrema naturalezza, che il mio “scoglio” era stato Diritto Costituzionale. Lui si irrigidì e balbettò qualcosa tipo “Pensavo avessi fatto informatica…”, ma a ferirmi (all’epoca) fu ciò che avvenne dopo: non mi parlò e nemmeno mi salutò per oltre due mesi. L’impostora in quel frangente, come puoi immaginare, esplose al suo massimo potenziale. Oggi so tenerla a bada anche grazie a quella situazione, dove ho imparato a dirmi: “Se addirittura lui pensava che avessi fatto studi scientifici, significa che nel mio operato, nelle competenze ed esperienze che continuo a far crescere e maturare, posso dimostrare che come donna e umanista posso stare senza problemi nel mondo STEM maschile”.

Uno stimolo per te che leggi

Il racconto della mia esperienza (felice) di umanista prestata alla tecnologia non vuole però essere un alibi per distogliere l’attenzione sull’importanza delle discipline STEM e dell’avvicinamento delle ragazze a tali materie. Tutt’altro. Proprio perché la mia formazione è di natura umanistica, per me la strada è faticosa e devo sempre studiare moltissimo per comprendere a fondo cose che per chi ha compiuto studi scientifici sono ovviamente più digeribili, per quanto il mio mestiere non sia quello di lavorarci con quelle cose, ma di divulgarle nel modo più comprensibile possibile per il pubblico. La condivisione della mia esperienza ha semmai l’obiettivo opposto, stimolare una maggiore vicinanza delle ragazze alle scienze naturali (biologia, fisica, chimica, astronomia, geologia, e molte altre), alle scienze formali (matematica e informatica), alle scienze applicate (ingegneria, medicina, ecc.), ricordando loro, al contempo, di non “snobbare” le scienze sociali e umanistiche.

La vera equità possiamo raggiungerla non precludendoci spazi e possibilità e non sentendoci inadeguate se scegliamo una strada ingiustificatamente considerata non “naturale” per le donne. Non commettiamo però l’errore di virare con troppa forza e ritrovarci poi al polo opposto, con tutte e tutti che vogliono seguire discipline STEM, perdendo così il fondamentale valore del pensiero umanistico. Non dimentichiamoci che fino al XVII secolo, con la nascita della Scienza moderna, lo scienziato e l’umanista sono quasi sempre stati incarnati dalla medesima figura, e potremmo fare innumerevoli esempi, da Aristotele a Leonardo solo per citarne due.

Se da un lato dobbiamo contrastare la disparità di genere nelle materie STEM, dall’altro dobbiamo dare un significato valoriale all’equità che si concretizza garantendo condizioni di parità, evitando discriminazioni e assicurando la libera scelta per seguire le proprie attitudini senza pregiudizi. Se poi, strada facendo, ci si accorge di voler cambiare percorso, va bene lo stesso. Ricordi? “Cambiare strada non è mai un male” e il tempo passato a studiare non è mai sprecato.

Ciascuna di noi sente dentro di sé desideri e speranze, nutre aspettative, si pone degli obiettivi e segue degli ideali: tutto questo è il terreno ideale dove l’impostora cerca di proiettare la sua ombra. Ciò che posso suggerirti io è di provare a fermarti, sospendendo il giudizio. Non arrivare subito a decretare se quel pensiero che ti sta balenando nella testa è una follia o è qualcosa di irraggiungibile… aspetta. Ascolta con attenzione quei pensieri, immagina la loro evoluzione e osservala. Guarda cosa succede, provando ad intravedere dove potrebbero portarti.

Come ti senti? Se ti senti bene è la prova che anche tu riesci a tenere a bada la tua impostora, puoi procedere senza nessun timore.


[i]  Fonte: Osservatorio InDifesa, Terre des Hommes e OneDay Group, 2023

[ii]  inspiringfifty.org

[iii]  Fonte: Almalaurea

[iv]  A cinque anni dalla laurea in queste materie, le donne ricevono circa 300 euro mensili in meno della controparte maschile – fonte: Osservatorio Gender Gap, Talents Venture-Assolombarda.

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Nicoletta Boldrini

Ciao, sono Nicoletta, umanista prestata a tecnologia e scienza. Dopo aver concluso gli studi in Giurisprudenza, ho cambiato strada e sono diventata una giornalista e divulgatrice specializzata in tecnologie emergenti e scenari futuri. Mi occupo di Futures Literacy e Futures Thinking (formazione, facilitazione e pratica) e sono speaker e moderatrice in eventi dedicati alle tecnologie. Ho fondato Tech4Future, un progetto editoriale nato per promuovere la conoscenza delle tecnologie analizzandone i possibili impatti (rischi e vantaggi) su persone ed aziende.