L’ossessione della perfezione

di Elena Tavelli

Non c’è perfezione senza ombre e non c’è pienezza psichica senza imperfezioni. La vita richiede per la sua realizzazione non la perfezione, ma la pienezza. Senza l’imperfezione non c’è né progresso né crescita

Carl Gustav Jung

Dal mio diario.

Oggi è il compleanno di mia figlia, compie cinque anni e ho invitato un gruppetto di sue amichette per festeggiarla. Ogni bimba avrà un tutù cucito a mano, ali di farfalla da decorare con glitter in pallette, un sacchettino rigorosamente di carta riciclata con un regalo a tema da portare a casa come ricordo.

Sul tavolo una torta meravigliosa, realizzata da me: tre piani di torte farcite, ricoperte di pasta di zucchero; alla sommità due torri e ovunque decorazioni che riproducono un castello; tutto color Pantone 1775C, il colore della biodiversità, per sensibilizzare sui temi importanti anche durante una festa di bambine. Sul tavolo, cupcake con crema di burro e polvere brillante, piattini, forchettine, topper, cannucce, tutto color Pantone 1775C. Festoni e palloncini con il decoro scelto e riportato ovunque: un tripudio di rosa biodiversity.

Intanto ho finito un file di Excel per un cliente, con le previsioni di budget calcolate al centesimo, il foglio finale di altri sette che mi hanno portato a considerare gli investimenti ottimali, la loro ripartizione e il calcolo di aumento di market share previsto in base alle azioni consigliate, grazie a un’ottimizzazione delle attività e alla mia esperienza nel campo. Chiudo il computer, guardo gli addobbi e mi accascio sul divano, a dir poco stanca.

Vorrei che fosse già domani, che la festa fosse finita e l’incontro col cliente già archiviato.

Questa ero io e questa era la mia vita, fino a qualche anno fa: ossessionata dalla precisione e dall’idea che tutto dovesse essere perfetto. Il file di Excel perfetto, la festa perfetta, i figli perfetti, il lavoro perfetto, la famiglia perfetta. E intanto la vita mi scorreva di fianco mentre io ero nel fare, incapace di godermi la festa di mia figlia perché ero troppo impegnata a rendere tutto impeccabile, invece di essere semplicemente lì per potermela gustare a pieno.

La perfezione… un’ossessione per me. Eppure, la parola “perfezione” nella sua etimologia non è giudicante, rimanda al latino perfectio, derivato di perficĕre che significa “compiere”, “portare a termine”. Nell’immaginario comune invece il termine “perfezione” evoca un senso molto diverso del compiuto e del portato a termine: entra nella condizione del giudizio esasperato sulla qualità del lavoro svolto. Per molte donne questo senso di dover portare fino in fondo, nel migliore dei modi possibili, qualunque attività, è assillata dall’ombra di un incombente verdetto di condanna, diventando così una grande fonte di ansia e insicurezza, che spalanca regolarmente le porte all’ingresso trionfale dentro se stesse all’impostora. Per me un po’ c’è ancora, solo che oggi lo riconosco.

Capita spesso, quando si intraprende una strada, che il senso del dovere che ci è stato inculcato – “Finisci quello che hai nel piatto”, “Ti ho iscritto a danza e ora finisci l’anno anche se non vuoi più andare” – ci portino a dover portare a termine attività anche se ci rendiamo conto che non hanno più il pathos iniziale o che semplicemente ci stanno spostando dal nostro focus. È bene quindi mettere un limite, e cambiare, semplicemente accettando che a volte è meglio, per noi e per chi ci circonda, accettare che non siamo perfetti. E che va bene così.

Ma perché è così difficile accettare questa nostra imperfezione? L’ossessione per la perfezione blocca per la paura del giudizio, e condiziona ogni scelta: come scegliamo il nostro abbigliamento, come parlare in pubblico, il tipo di lavoro che facciamo, l’auto che guidiamo, ecc.

Siamo chiamate a comprendere invece che ogni esperienza è un’opportunità, come mi ha insegnato la prima regola dell’Omeosinergia[i]. Sì, perché a un certo punto del mio cammino ho incontrato due figure che hanno contribuito a cambiare il mio modo di essere perfetta & imperfetta, e, soprattutto, a riconoscermi in entrambi i ruoli.

La prima è la dott.ssa Rossella Arioli, trainer omeosinergetico, che mi ha aiutato in un percorso di consapevolezza per cambiare prospettiva rispetto all’ossessione della perfezione, guidandomi ad andare in profondità dentro di me e a prendere in mano la mia vita.

Una delle vie del raggiungimento della consapevolezza sta nel riconoscere i nostri comportamenti, accettandoci senza giudicarci. Le persone attorno a noi sono lo strumento migliore per accorgerci di tutto questo: il simile attira il simile. Il rifiuto di una parte di noi, che sia la perfezione o l’imperfezione, ci porta invece ad una separazione del nostro io e, di conseguenza ad una situazione di disequilibrio.

La ricerca della perfezione si può evolvere verso un equilibrio costante con la ricerca dell’imperfezione. Se perfezione è nel senso della parola stessa, ovvero “compiere”, “portare a termine”, va bene anche accettare di non compiere completamente qualcosa che abbiamo intrapreso e che non ci fa sentire più a nostro agio, che ci sta conducendo verso una versione di noi stesse senza luce, che sia una condizione lavorativa non appagante, un rapporto umano non più accogliente, un corso di laurea privo per noi di significato, un’abitazione diventata solo una casa senza anima e così via.

Getting started > being right[ii] una delle frasi che Fabrizio Faraco, mentore della community dei facilitatori #facilitationdesign di cui faccio parte, mi ha ripetuto fin dal primo giorno in cui ci siamo incontrati (per caso pensai allora, ma il caso si sa, non esiste). Lui è la seconda figura, la persona che da allora mi ha accompagnata nel mio percorso lavorativo, spingendomi a intraprendere nuove strade quando il senso di essere arrivati ad un punto in cui non era più possibile portare a termine qualcosa di iniziato mi pervadeva. Se da un lato, con Rossella ho iniziato a comprendere il senso delle esperienze che vivo e delle persone che incontro, Fabrizio mi ha aiutato ad esplorare nuove possibilità e mi offre, ogni volta che ne ho bisogno, una nuova visione d’insieme, spronandomi a iniziare a fare, piuttosto che aspettare che tutto sia compiuto, quindi perfetto. Grazie anche a lui sperimento il mio confronto con la non-accettazione dell’imperfezione che accolgo nella ricerca continua di unione tra le due parti, quella perfetta e quella imperfetta, che mi appartengono.

In questa accezione possiamo comprendere come il perseguire costantemente una strada intrapresa solo per una presunta questione di coerenza, perda di significato. La coerenza, piuttosto, è qualcosa di innato che ci guida dall’interno e che ha come traccia un set valoriale che ogni giorno costituisce un faro, un punto di riferimento che ci permette di sbagliare, di accettare le nostre imperfezioni e imparare dai nostri sbagli. Questo set valoriale è, il purpose, lo “scopo”che ognuno di noi dovrebbe trovare per dare un senso a tutte le proprie azioni, per vivere ad un livello di consapevolezza più profondo. Il purpose è l’essenza di una persona, come di un’organizzazione, quello che rende qualsiasi aspetto della nostra esistenza pertinente e rilevante, in primis per noi.

La vita è bellissima e ogni giorno ci regala ciò di cui abbiamo bisogno per conoscerci e passare dalla separazione all’unione, come il sole e la luna che non potrebbero essere così meravigliosi se uno dei due mancasse.

La pretesa di perfezione porta a una condizione di stasi, invece il compiuto diventa perfettibile e la perfezione può stare anche nel non compiere, nel non portare a termine. Sta nel viaggio e non (solo) nella meta, sta nello stare con mia figlia alla sua festa di compleanno e non nella festa color Pantone 1775C, che poi arriva sempre la bambina vestita arancio e rovina le foto perfette. La ricerca di perfettibilità può quindi lasciare il posto alla ricerca di nuove opportunità.


[i]  L’Omeosinergia è una filosofia che propone una lettura innovativa del senso di ogni esperienza, guidando alla riscoperta di noi stessi e delle leggi universali che ci governano.

[ii]  È uno dei principi del Design Sprint, una metodologia sviluppata negli uffici di Google per generare e testare nuove idee in quattro giorni. È traducibile in “la cosa giusta da fare è iniziare”: se non inizi, non andrai da nessuna parte, pertanto, non aspettare la soluzione giusta, ma inizia a provare le cose.

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Elena Tavelli

Ciao, sono Elena. Sono laureata in Economia aziendale e ho lavorato tredici anni in aziende multinazionali, finché ho scelto di facilitare la creazione di prodotti e/o servizi di coloro che vogliono farli fatti bene. Mi occupo di marketing che mi piace chiamare sostenibile, quello co-creato con le persone per le persone. Amo le belle storie aziendali e integro la filosofia degli archetipi ai numeri e al branding. I miei valori: imprenditorialità, conciliazione e gioia. Sono co-creatrice e trainer del metodo Business Design Marketing®.