Maria, io esco!

di Antonella Romanini

Quante volte nella vita hai pensato che non ne potevi più di sentirti ripetere senza sosta quello stesso brusìo, che alla tua età, mamma e con un lavoro sicuro, è totalmente inutile e assurdo pensare di voler cambiare vita.

“Tanto non ce la fai adesso”, “Ormai è tardi, dopo i 40 anni dove pensi di andare” e ancora “Non sei mica laureata che puoi ambire a quella posizione”.

Sì, brusìo, frasi nella testa che ti rincorrono, straziandoti di giorno e di notte, che ti riducono ad alzarti ogni mattina con le borse sotto gli occhi e, arrivata allo specchio, a riempire di creme miracolose, o patch di ogni forma o colore, le voragini che vedi sotto il tuo sguardo, senza risolvere niente, inghiottendo per l’ennesima volta il boccone amaro che non riesci a spostare la tua vita da lì, anche se non la sopporti più, giudicata poi senza appello più da te stessa, prima che dagli altri.

Se è successo, benvenuta nel club, sorella!

Ci chiamano “equilibriste” ovvero quelle donne (più o meno 6 milioni) che devono destreggiarsi tra lavoro, carichi familiari e, se rimane del tempo, passioni e interessi extra-lavorativi. Il 42,6% delle mamme tra i 25 e i 54 anni non è occupata e il 39,2% con 2 o più figli minori è in contratto part-time[i]. Nel solo 2020 sono state più di 30mila le donne con figli che hanno rassegnato le dimissioni, spesso a causa della mancanza di supporto a livello familiare e territoriale.

E tu, con questi dati tra le mani, considerando che tutto sommato la tua quotidianità va anche bene, non ci sono grandi problemi, stai veramente pensando di voler cambiare vita?

Ci chiamano “immature” quando alziamo la voce per dire che vogliamo un po’ di spazio per essere anche altro oltre a madri, mogli e manager. Ci irridono quando scriviamo che siamo “manager”, ci chiamano signore dimenticandosi anche il nostro cognome e ci fanno credere che non basta essere brave, che da sole non ce la possiamo fare dimenticandosi che noi non siamo affatto sole.

Ci chiamano “pazze” quando facciamo la valigia per partire, lasciando alle nostre spalle i pesi, le delusioni, la semplice e logorante stanchezza.

Ci chiamano “egoiste” perché vogliamo metterci al primo posto, senza comprendere che riuscendo a dare valore a quello che siamo come persone potremo creare nuove strade, nuove opportunità per chiunque ci stia intorno, chiunque comprenda che camminare insieme è bello, ma prima deve lasciarci capire che possiamo farlo anche con le nostre sole gambe.

A volte non ci chiamano affatto e noi ci auto-convinciamo che questo accade perché non ce lo meritiamo, perché non abbiamo fatto abbastanza. Noi che da equilibriste, dovevamo riuscire a tenere in corretta posizione un carico mentre un altro ci cadeva dalle mani. Siamo continuamente messe contro un muro, quello in cui sentiamo la responsabilità dei ruoli che abbiamo assunto (o che ci hanno assegnato) come assoluti, irrevocabili. E guai a mettere in discussione il posto fisso, diventato la metafora della nostra vita: chi mai potrebbe rinunciare ad una così ghiotta opportunità?

Tu e anche io!

Ed è quello che ho fatto. A 40 anni ho preso tutta la mia vita, il posto fisso, il matrimonio fantastico e la vita tranquilla e serena del mulino bianco e ho spinto il bottone sullo stop, per poi riavvolgere il nastro della mia cassetta con la Bic (robe da anni ‘90, se siete Z ci sta che dobbiate cercare qualcuno che ve la spieghi). Ma non basta decidere, è solo il primo passo perché la penna si incastra ad ogni giro e non è così facile far tornare indietro il film della propria vita. “No one ever said it would be this hard[ii], nessuno ha mai detto che sarebbe stato così difficile: lo è invece, perché tutto ciò che vedi intorno a te funziona esattamente al contrario di quello che vorresti fare tu oggi.

Ma ora, prima di proseguire, tiriamo il fiato insieme. Letteralmente.

Fai 3 respiri profondi. Conta fino a 4 mentre inspiri, trattieni 4 secondi e poi butta fuori dalla bocca in 8 secondi. Non sto scherzando, pronta? Via…

Bene, ora ti svelo un segreto. Se tutto intorno a te sembra che vada al contrario rispetto a quello che senti, non sei sola, ti posso assicurare che siamo in tante a vivere esattamente quello che stai passando tu, e quindi hai la fortuna di poter contare su esperienze, errori, tempo e parole di chi questo passo lo ha già fatto. Non esiste la soluzione, nessuno te la può dare, esiste invece la tua strada. e quella sì che la puoi trovare, non dubitarne mai!

Ti confesso che ho iniziato a spegnere le vocine che sentivo nella testa, quelle che mi dicevano che ero completamente sbagliata e incomprensibile, dopo due importanti avvenimenti.

Il primo è stato il Covid. Non mi sono mai ammalata (almeno questo risulta dai tamponi) ma a causa del Covid, come tantissime altre donne, sono rimasta senza lavoro. 20 anni da dipendente nel mondo del marketing, passando da multinazionali a start up, in settori diversi, spesso trovandomi a dover studiare da zero un settore nel quale non avevo mai lavorato e nonostante questo, riuscendo comunque a rivoluzionare il loro modo di comunicare e, come al risveglio da un brutto sogno, ero a casa senza niente da fare.

Io? Quella iperattiva, ipereccitata all’idea di sviluppare nuove idee e progetti insieme ad altre persone, quella che davanti alle sfide anziché abbattersi si gasa come una bambina con il giochino nuovo. Sì io, ero a casa senza fare niente.

Negli anni ho imparato che non accade mai nulla per caso: qualcosa stava succedendo e, dopo essermi adoperata affinché tutti potessimo bene e convinta che prima o poi saremmo usciti dalla pandemia, ho iniziato a pensare che era giunto il momento di aprire la partita iva.

Eh, riecco il brusìo, “A 40 anni? Ma cosa ti viene in mente? Finito questo polverone troverai un altro posto da dipendente, sicuro e tranquillo, come è sempre successo in passato”.

Perché invece quello non poteva essere il momento giusto per cambiare tutto? Perché non potevo provare ad investire sul mio futuro e camminare con le mie gambe, diventando l’imprenditrice di me stessa? Sentivo le vocine che si trasformavano in risatine, e anche il mio cervello sotto sotto ripeteva: “Senza una laurea, i tanti freelance in circolazione ti metteranno i piedi in testa e nel giro di 6 mesi sarai completamente senza soldi”.

Eppure, il 13 gennaio 2021 ho aperto la partita IVA e mi sono ri-innamorata della mia vita. Ho scoperto che non solo potevo fare quel salto ma che ero anche brava a gestire più clienti contemporaneamente, che colleghi e colleghe (laureati, blasonati, top voices) apprezzavano il mio modo di lavorare, quindi forse, non ero poi così inferiore a loro, come, impaurita, avevo sempre pensato.

Quanta strada bisogna fare per arrivare fino a questo punto? Da parte mia devo dire che oggettivamente è molto lunga, ma il fatto che una meta sia distante non è sempre negativo, anzi. Sì il tempo sembra sfugga, ma niente paura, che prima o poi ci riprende[iii].

Lavorare su noi stesse, concentrarci su quello che realmente siamo, allontanando i giudizi esterni, le voci interiori e quel maledettissimo senso di impotenza, richiede un impegno incredibile ma fa parte del nostro istinto (da mamme scatta in 3, 2, 1… via!), basta ricordarsi di rivolgerlo anche a noi stesse. È vero, l’impegno è appesantito dai doveri quotidiani, i doveri imposti da tutti quelli che abbiamo intorno, per i quali prima di tutto noi siamo mamme e poi, forse, se avanza qualche ritaglio di tempo, possiamo anche pensare di dedicarci alla carriera, alle passioni, o semplicemente a vivere felici.

Tutto sta nel mettere il naso fuori da quella scatolina che ti sei costruita con le tue mani durante gli anni, quel luogo che un tempo sembrava sicuro e accogliente e ora è buio e soffocante, perché nel frattempo tu sei cambiata, perché i tuoi bisogni sono diventati altri o perché ti sei accorta che le tue reali necessità le avevi messe nel cassetto dei vestiti di tuo figlio, sempre belli piegati e profumati.

Ma come si fa a cominciare? Come si fa a prendere in mano la vita? Intanto se stai leggendo questo libro, hai già fatto il primo passo, ovvero cercare di capire se è possibile, se ci sono segni, tracce, storie e testimonianze che ti aiutino ad avere le idee più chiare.

Sii certa che le troverai, qui o altrove. Da parte mia non ho niente da insegnare, ma sincera voglia di condividere. Queste pagine sono state per molti giorni bianche, spaventose e urlavano: “Ma che vuoi dire tu a questa donna???? Tu, che avrai mai da raccontare? Chi vorresti aiutare?”. Poi sono diventate parole, immagini e piccoli esercizi che possono facilitare un percorso, un nuovo cammino, forse anche il tuo.

Ti sei accorta che spesso parlo di strade, cammini, percorsi? Questo riguarda il secondo avvenimento della mia vita, quello che mi ha cambiata più nel profondo, dopo quasi due anni di partita Iva, nuovi clienti, tanta formazione. Un avvenimento che mi ha fatto capire che due passetti da sola li sapevo anche fare.

Sono uscita a vedere il mondo, a piedi. Il 21 settembre 2022 sono atterrata a Porto e ho cominciato il mio Cammino di Santiago. Non ti parlerò di questa esperienza perché non basterebbe un capitolo, ma posso dirti che quel viaggio, quella sfida con la mia mente e il mio corpo, mi ha permesso di zittire tutti i brusii sul non potercela fare.

La vita ci pone di continuo la sfida. Noi possiamo scegliere se accettarla oppure rinunciare. Io ho deciso di provarci, e sono felice di averlo fatto.

Post Scriptum

Chi è Maria? Il nome Maria è associato ovunque al concetto di mamma e dalle mie parti è usato quando qualcosa non ci sta bene e, anziché affrontarla, ce ne andiamo. Partendo dal fatto che nella vita spesso ci troviamo in una situazione in cui siamo ancorati a quello che gli altri si aspettano da noi perché “abbiamo sempre fatto così” o perché ce lo impone la cultura della nostra società, ho voluto parlare della possibilità di iniziare un percorso di cambiamento che vada oltre le mille voci che nella testa ci dicono che non ce la possiamo fare, che non siamo abbastanza brave o abbastanza giovani.

Cambiare si può, anche a 40 o 50 anni, senza dover per forza scegliere di scappare da questa possibilità.


[i]  7° rapporto di Save the Children 2022..

[ii]  Coldplay, The Scientist, 2002

[iii]  Fiorella Mannoia, “C’è tempo”, Sony Music 2014, testo e musica Ivano Fossati

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Antonella Romanini

Ciao, sono Antonella. Sono formatrice, facilitatrice in area marketing e comunicazione e Temporary Marketing Manager. Ho operato in settori molto diversificati tra loro (medico-scientifico, informatico, elettronica di consumo e food), cosa che mi permette di avere una visione ampia e una creatività non convenzionale. Amo usare la voce come strumento di comunicazione e per questo conduco “Fai Rumore”, un podcast e una trasmissione radiofonica nel quale parlo di donne nel mondo del lavoro attraverso il racconto delle loro storie.