Siamo il sogno delle donne che ci hanno preceduto

di Mariella Borghi

Impostora. Quante volte mi ci sono sentita… spinta, condizionata, appiattita, affogata in una condizione che non sentivo mia. Sicuramente ha influito come sono stata educata, specialmente da mio padre: all’uguaglianza, alla giustizia, alla correttezza, a quel “Se ti fai il mazzo farai strada”.

Poi ho incontrato loro: quei meravigliosi esemplari di maschio, bianco e narcisista, che con una mano ti spingono perché così sanno che puoi dare tanto, ma poi con l’altra ti affossano: “Vola basso, non pensare che sia merito tuo”.

Quelli che quando è il momento di discutere il bonus che ti spetta si inventano qualunque cosa pur di non dartelo.

Quelli che alla fine non è vero che hai venduto veramente tu quella soluzione a quel cliente.
Quelli che c’è sempre il loro zampino, perché non puoi avercela fatta da sola.

Quelli che comunque è merito loro, perché sono loro che ti hanno scelta, formata, educata. E quindi il bonus se lo tengono stretto.

Cara lettrice, benvenuta nel modernissimo mondo del tech, un settore che si autodefinisce sempre in piena evoluzione ed espansione. Che è sempre alla rincorsa di nuove tecnologie e di prodotti innovativi per accaparrarsi l’ultima grande banca o la famosa telco. Un settore che, senza dare nell’occhio, silenziosamente, è strapieno di pregiudizi e stereotipi.

Chi mi conosce sa bene che sono una donna che crede fermamente nelle sue competenze e nella sua uguaglianza nei confronti dei colleghi maschi, e di questo dobbiamo parlare.

L’origine del male

Nel settore della tecnologia e dell’informatica la disuguaglianza di genere (e non solo) è un problema radicato. Senza mezzi termini: la Silicon Valley è fatta prevalentemente da uomini bianchi a cui è stato detto che sono speciali, i migliori e i più brillanti.

Sara Wachter-Boettcher, una delle autrici più perspicaci sulla mancanza di diversità nella tecnologia, già nel 2016 avvertiva: “Più tutti all’esterno vedono la tecnologia come magia e i programmatori come geni, più l’industria può continuare a fare quello che vuole. E con un sacco di soldi e poco controllo pubblico, troppe persone nel settore della tecnologia hanno iniziato a credere che stiano davvero salvando il mondo”.

Ancora nel 2016 nessuna delle prime dieci aziende tecnologiche della Silicon Valley aveva assunto una sola donna afro-discendente, ed erano solo una manciata quelle che avevano tra i loro dipendenti uomini e donne POC (person of colour). Poi è partita una certa rincorsa a diventare più inclusivi a rendere i team “meno bianchi” e “meno maschi” con particolare attenzione ai ruoli manageriali, e proprio per questo da anni in California si misura l’indice di diversity.

Con risultati a dir poco deludenti. I dati del 2023[i] ci dicono che il 62% delle posizioni tech negli Stati Uniti sono detenute da persone bianche, il 20% da persone asiatiche, il 7% da afro-discendenti e l’8% da persone latino americane. Quante donne lavorano nel tech negli Stati Uniti? Il 25% (16% sono bianche, il 5% asiatiche, il 3% nere e l’1% ispaniche). Cosa significa tutto questo? Che le donne sono sottorappresentate nel tech e, inoltre, al loro interno ci sono enormi differenze in termini di etnia.

Le donne bianche possono essere però contente (spoiler: sono ironica) di avere una probabilità significativamente maggiore di essere dirigenti rispetto agli uomini facenti parte di una minoranza, con gli uomini asiatici e neri che hanno rispettivamente l’88 e il 97% in meno di probabilità.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché ci sia da stupirsi, visto che in altri settori notoriamente va pure peggio. Il motivo è presto detto, e non solo perché da una realtà tecnologicamente avanzata, e quindi culturalmente sviluppata, ci si potrebbe aspettare una sensibilità sociale su questi temi molto più attenta, ma soprattutto perché questo mondo è contrassegnato da una ossessiva attenzione alla efficacia dei modelli di business. E questo è l’aspetto importante. In questo settore è noto da anni che le aziende che abbracciano la diversity sono più in grado di adattarsi ai cambiamenti nel mercato e nei consumatori, e di prosperare. La diversità non è solo vantaggiosa per la rappresentanza e l’equità, ma anche per la performance finanziaria. Le imprese più attente al DEI (diversity, equity & inclusion) management hanno maggiori probabilità di una sovraperformance finanziaria nel lungo periodo. I gruppi più ricchi di differenze, per genere, età e origine geografica, prendono decisioni migliori sino all’87% delle volte, e essere capaci di valorizzare ogni punto di vista esterno produce una maggiore capacità di innovazione del 20%[ii]. (Notarnicola, 2022).

Allora, se è noto che in un clima ricco di punti di vista diversi le persone tendono a esprimersi più liberamente senza dover necessariamente sentirsi in dovere di pensarla come la maggioranza, perché la fotografia delle disuguaglianze è quella che abbiamo di fronte agli occhi?

Torniamo al tema iniziale: la maggioranza è fatta di maschi bianchi.

“Fittare” il contesto culturale

Una delle cose che ha spesso alimentato la mia impostora è il cosiddetto fit culturale. Se non “fitti” il problema sei tu, se non ti adegui alla cultura dominante vieni considerata un elemento disgregante anziché un valore, proprio perché dai voce a un’opinione fuori dal coro. E io, che mi sono sempre sentita in diversi ambiti della vita la pecora nera, ho fatto davvero fatica.

Molti datori di lavoro passano il tempo a ricercare il fit culturale: qualcuno che combaci perfettamente con chi già lavora in azienda, con l’obiettivo, neanche tanto nascosto, di rinforzare lo status quo, anziché cambiarlo. Così facendo si continua a creare ambienti di lavoro senza contaminazione, dove si finisce per parlarsi addosso, guardarsi l’ombelico, dirsi quanto si è bravi e compiacere il proprio capo (sì, certo, naturalmente maschio e bianco).

Chiunque non si adegua supinamente alla cultura dominante percepisce chiaramente lo spreco di tempo, di risorse e la sottile sensazione di abuso, ma guai ad esprimerlo apertamente. Non sono mai stata attenta a seguire questa raccomandazione, ed ecco che in queste aziende non sono mai riuscita a corrispondere al modello di persona giusta nel posto giusto che la cultura aziendale e sociale predefiniva secondo logiche prevaricanti. Perché? Perché non ho peli sulla lingua, perché difendo la giustizia e le cose giuste, perché non scendo a compromessi, perché non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno, (specie da un uomo narcisista), e, last but not least, perché… sono donna.

Stereotipi e credenze distruggevano la fiducia in me stessa e nelle mie capacità, anziché alimentarle e farle sbocciare ancora di più. Mi sentivo costantemente inadeguata e non all’altezza, con quell’assurdo bisogno di dimostrare di essere altrettanto capace per essere presa sul serio. Il risultato? Ho capito che il ruolo di manager nelle aziende tech non faceva più per me.

I pregiudizi nella creazione della tecnologia

I pregiudizi di genere e di etnia nel settore del tech non riguardano solo il mondo del lavoro. La creazione stessa della tecnologia si porta con sé tutti i pregiudizi delle persone che la concepiscono. La tecnologia e la digitalizzazione non sono intrinsecamente negative, anzi, ma più la tecnologia viene incorporata in tutti gli aspetti della nostra vita, più conta, eccome se conta, se quella tecnologia è iniqua, alienante o dannosa. Ancor di più se viene utilizzata da persone reali che affrontano la vita reale.

L’utente “normale”

La maggior parte delle aziende, anche non appartenenti al settore tecnologico, per disegnare i nuovi prodotti o servizi, immagina l’utente ideale e ne descrive un profilo altrettanto ideale. Nel marketing vengono definiti “personas”. Definire delle personas non è assolutamente malvagio, anzi. Aiuta i team a capire quali sono le caratteristiche degli utenti per cercare di rispondere al meglio ai loro bisogni.
Ma cosa succede se vengono prese in considerazione solo le personas “normali”, nella media? Cosa succede se si escludono, volontariamente o meno, i cosiddetti “edge”, quelli ai margini, coloro che stanno sulle code di una distribuzione statistica gaussiana? Spesso, le persone escluse sono anche quelle che subiscono i maggiori pregiudizi culturali e sociali, e gli esempi si sprecano.

Facebook che nel 2014 prepara automaticamente “L’anno in breve” e non tiene conto dei lutti subiti, inserendo foto dei defunti (solo successivamente è stata introdotta la possibilità di decidere quali foto selezionare).

Etsy che nel 2017 invita le iscritte a cercare il regalo giusto per il proprio lui, dimenticandosi completamente del mondo LGBTQ+ o delle donne single.

Michael Kors che nel 2023 mi invita a festeggiare la festa del papà non rendendosi conto che non solo non ho più un padre, ma che non ho nemmeno figli e che quindi non ho alcun interesse verso tale celebrazione (bastava una profilazione con un banale software CRM, che evidentemente non utilizzano).

In fondo, cosa significa davvero normale? Pensate, che fino a fine ottocento, normale voleva prevalentemente dire perpendicolare.

Nel 1846 Adolphe Quetelet, un astronomo, inizia ad applicare le misurazioni astronomiche e statistiche al mondo medico censendo la circonferenza del torace di 6.000 soldati scozzesi. Inventa quindi le misure medie per essere considerati normali e sviluppa il BMI (l’indice di massa corporea). Si iniziano a misurare nascite, morti, altezze ecc. Nel 1859 per teorizzare la sopravvivenza darwiniana del più adatto. Il cugino di Charles Darwin, Francis Galton, sostiene quindi che sia possibile aspirare all’uomo medio o ideale.

La cultura dominante dal novecento in poi è dunque incentrata sul concetto di normalità. È opportuno sottolineare quanto la parola “normale” porti con sé un’espressione di giudizio: qualcuno decide a priori se un soggetto o un oggetto rientrano in una categoria di ciò che è sano, funzionante o meno[iii]. Questo tipo di pensiero ristretto su chi e cosa è normale si fa strada anche nella tecnologia stessa, sotto forma di impostazioni di default (predefinite).

Le impostazioni predefinite sono le modalità standard di funzionamento di un sistema, ad esempio la suoneria su cui il tuo telefono è già impostato quando lo estrai dalla confezione o il fatto che per il messaggio “Sì, inviami la tua newsletter!” la casella di controllo viene preselezionata in molti carrelli degli acquisti online.

Lo stesso vale per alcuni punti dell’informativa sulla privacy che vanno a determinare come vengono raccolti i nostri dati e come vengono gestiti. Le impostazioni predefinite influenzano quindi il modo in cui percepiamo le nostre scelte, rendendoci più propensi a scegliere ciò che viene presentato come predefinito e meno interessati a passare a qualcos’altro.

Gli algoritmi di Intelligenza Artificiale

Se la tecnologia ha impostazioni predefinite ed è espressione della cultura della “normalità”, gli algoritmi di Intelligenza Artificiale non sono da meno: Anch’essi riflettono sempre i valori, non neutrali, dei loro creatori: i programmatori che lavorano su di essi.

Un esempio molto preoccupante è quello del COMPAS (Correctional Offender Management Profiling for Alternative Sanction): un software utilizzato negli Stati Uniti per prevedere la possibilità di recidiva nei successivi due anni in persone già condannate. È stato dimostrato che l’algoritmo favorisce gli imputati bianchi, quindi la probabilità di commettere un nuovo crimine è considerata due volte superiore per gli imputati neri.

Un pregiudizio recentemente emerso è quello delle immagini create dall’Intelligenza Artificiale. Molte piattaforme mostrano sempre uomini quando si richiedono immagini di avvocati, medici o astronauti, mentre quando si richiedono immagini di donne al lavoro presentano donne dedite a lavori di back-office o domestici.

I computer sono estremamente bravi ad eseguire compiti, ma se vengono alimentati con algoritmi difettosi, dati non neutrali, task errati da eseguire, non sapranno mai che le conclusioni non sono corrette, a meno che non ricevano un feedback chiaro. Quindi, non è il computer a sbagliare ma il modello che qualcuno (maschio bianco?) gli sta insegnando.

Come ne sono uscita?

Non ho mai pensato di cambiare il mondo della tecnologia ma ho certo impedito che esso mi condizionasse.

Da un punto di vista di bias negli algoritmi c’è forse poco da fare, ma niente ci vieta di leggere attentamente i dettagli delle impostazioni predefinite prima di usare i dispositivi (cosa peraltro molto semplice da mettere in atto) o di far sentire la propria voce e raccontare sui propri canali social i problemi che sorgono man mano che si usa la tecnologia. Per quanto riguarda l’aspetto culturale ho compreso quanto quel mondo mi stesse consumando e quindi, bye bye e ho preso la strada della libera professione. Da professionista posso divulgare i temi che mi stanno a cuore, in particolare l’intelligenza artificiale legata al linguaggio e alle immagini, il web3, la blockchain e gli NFT, senza dover sottostare a quei maschi bianchi che cercano di governare la mia (e la tua) esistenza.

Se ripenso al passato, mi rendo conto di quanto fossi diversa anche rispetto ad alcune delle donne con cui collaboravo. Mi sentivo come Neo in Matrix: avevo sperimentato così tante volte la frustrazione di essere svalutata che vedevo “il codice” e quindi lo schema che si stava perpetrando. Ma la maggior parte di loro no. Catalogavano gli eventi con un “Tanto è ovunque così” o “Tanto cosa vuoi che cambi?”.

Ecco, io voglio invece che le cose cambino, e mi auguro che questo sia anche il tuo desiderio.

La meditazione

Il mio capitolo è dedicato alla tecnologia e potrebbe stupirti che ti parli della meditazione. Ho iniziato a meditare nel 2015, al termine di un’esperienza lavorativa che mi aveva lasciato prosciugata, nella mente e nel cuore. La meditazione mi ha insegnato a restare nel qui e ora e mi ha aiutato a distaccarmi da quello che mi stava succedendo e a darmi una prospettiva più ampia delle mie potenzialità.

Joe Dispenza mi ha aiutato a riprendermi in mano il potere di creare la realtà che desidero vivere. Il suo libro “Cambia l’abitudine di te stesso” unisce fisica quantistica, biologia, genetica e neuroscienze per mostrarci cosa sia possibile realizzare, e ha trasformato il mio modo di “sentire” la vita.

Amo meditare con una voce guida. Sono una sostenitrice di Insight Timer, un’app che anche nella sua versione gratuita insegna a meditare e dà accesso ad un mondo, nel verso senso della parola, di insegnanti e di meditazioni guidate, e che ti invito a provare. Ti suggerisco alcuni degli e delle insegnanti che amo: Vanessa Loder, David Gandelman, Justin Michael Williams e Pura Rasa.

Vanessa lavora molto sulle visualizzazioni e quindi è di grande supporto per connettersi con il nostro sé del futuro. Le sue meditazioni aiutano a chiarire come arrivare da dove siamo oggi al nostro futuro ideale.

David insegna a far nostri strumenti per manifestare una vita abbondante ed estremamente soddisfacente, facendo leva su gratitudine e gestione dell’ansia.

Justin Micheal porta con sé un’affascinante storia di cambiamento radicale e di realizzazione di quello che davvero si desidera fare nella vita. Tra le sue tante meditazioni ho amato quella sul tenere lontane le persone tossiche. Il suo mantra è: “I am ready, I am worthy, I am powerful, I deserve this life”. Per te: “Sono pronta, sono degna, sono potente, mi merito questa vita”.

Pura Rasa ha la capacità di portarmi in altre dimensioni lavorando sul palesarsi di eventi positivi nella vita. Ripeto spesso durante il giorno la sua frase “I’m the recipient of all good things” (sono la destinataria di tutte le cose belle).

Alcune considerazioni finali sull’impostora

La causa profonda della sindrome dell’impostore risiede in un’immagine inutile di come sono realmente le persone al vertice della società. Ci sentiamo impostori non per via dei nostri difetti, ma perché non riusciamo a immaginare che queste persone, sotto la loro superficie patinata, sono inevitabilmente uguali a noi[iv]”.

Il “fenomeno dell’impostore” trova inoltre le sue radici nella nostra infanzia, quando non riusciamo a comprendere che gli adulti che ci circondano siano stati piccoli come noi. E quindi ci affacciamo alla vita con l’impressione che le persone capaci siano diverse da noi. Aggiungiamo il perfezionismo e la mancanza di autostima e la frittata è fatta. Per noi donne, tenere a bada l’impostora non è facile, perché i condizionamenti sociali e culturali sono più forti e, spesso, ci schiacciano.

Lavora sulla tua consapevolezza: essere consapevoli significa provare sulla propria pelle e sperimentare, rispettando ciascuna i propri tempi e le proprie modalità. Ma non può prescindere, almeno per me, dal muoversi e dal mettersi in azione per cambiare le cose.

Non sei un albero. Se non ti piace dove ti trovi, spostati. Basta fare il primo passo”. (Anonimo)

Cara lettrice che mi hai seguita fino a qui: io spero sinceramente di essere l’ultima ad aver vissuto la svalutazione nel proprio lavoro come donna, ma so che purtroppo non sarà così. Ma se tu dovessi sentire una qualche sensazione del genere nel tuo lavoro e comparire l’ombra dell’impostora, mi raccomando, non ci pensare due volte: non è colpa tua e reagisci.

Ti lascio con un pensiero di una professionista che stimo enormemente, e che ti consiglio di seguire su LinkedIn, Elisabetta Alicino: “Siamo il sogno delle donne che ci hanno preceduto


[i]  https://blog.gitnux.com/silicon-valley-diversity-statistics/

[ii]  Andrea Notarnicola, Leadership inclusiva, 2022

[iii]  Fabrizio Acanfora, In altre parole: Dizionario minimo di diversità, 2021

[iv]  Lavinia Basso, https://www.laviniabasso.it/sindrome-dellimpostore-una-lettura-culturale/

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Mariella Borghi

Ciao, sono Mariella. Ho una lunga esperienza nel settore tecnologico e, in particolare, dell’Intelligenza Artificiale (AI) grazie alla quale sviluppo strategie di marketing e di AI su misura, capaci di guidare le aziende verso nuovi orizzonti di crescita e sviluppo. Sono fortemente convinta del potenziale della AI nel mondo aziendale, e propongo programmi formativi specifici che aiutano le imprese a capire e sfruttare questa dirompente innovazione. Sono Top Voice Intelligenza Artificiale su LinkedIn dove divulgo contenuti sulla tecnologia.