Smontiamo l’elefante

di Filomena Oricchio

Cara lettrice, caro lettore, sì, proprio voi. Questo scritto è per entrambi.

Per te, cara lettrice, perché ti considero un’amica, probabile compagna nel condividere il fenomeno dell’impostora.

Per te, caro lettore, perché per ogni donna afflitta dalla sindrome, capita spesso che ci sia un uomo che la alimenta, che fa, in qualche modo, danno.

Siete entrambi, vostro malgrado, i protagonisti della storia.

Vi racconto com’è andata, com’è nata, qual è stata la lunga e difficile genesi di questa storia. Un giorno mi è stato proposto di raccontare la mia esperienza a proposito dell’impostora che spesso reclama il suo spazio in noi donne, per dare qualche consiglio e per offrire un esercizio di facilitazione che possa supportare chi legge nell’affrontare il “fenomeno dell’impostore” nelle normali situazioni della vita. Dovevo insomma metter per iscritto una chiacchierata amichevole come quelle che posso fare con una o più amiche, con cui abitualmente mi confronto e scambio qualche consiglio, di certo non per ambizioni letterarie.

Ho pensato che non c’era niente di più facile per una come me che per mestiere scrive. Si magari scrivo soprattutto progetti formativi, non saggi, ma comunque è scrittura nel merito di un argomento.

Quindi da buona entusiasta, ottimista e coraggiosa, come mi definisce chi mi conosce, ho iniziato a buttar giù pagine e pagine, ma… più mi addentravo nella scrittura, più una vocina di dubbio s’insinuava e prendeva piede in me. Ad un certo punto mi sono fermata perché troppi pensieri mi si sono affollati in testa, pensieri dissimulatori, del tipo “In fondo io non sono adatta a scrivere questa cosa perché su di me la sindrome non ha presa. Si ogni tanto mi sento qualche eco di questa sensazione ma la domino, la abbatto e vinco io… sicuro!”.

E invece ho cancellato tutte le pagine fin lì buttate giù… il senso di inadeguatezza di quello che avevo pensato, e la paura di non essere adatta a scrivere su questo tema, hanno avuto la meglio. L’impostora aveva vinto il primo round.

Ho dovuto fare dall’inizio tutto il percorso che faccio ogni volta di fronte ad un problema, più o meno inconsciamente, e questa volta questo percorso, lo condivido con voi.

Iniziamo dal principio. Ho sentito parlare per la prima volta della “sindrome dell’impostore” quando mi è stato chiesto di scriverci su qualche pagina. Mi sono chiesta cosa fosse perché non ne sapevo un granché. Quindi mi sono messa a leggere definizioni e studi che ho trovato in rete. Non ho competenze tecniche al riguardo, non sono né una psicologa, né una psicoterapeuta, né tantomeno sono un’esperta su questa materia, e dunque non mi sognerei mai di andare in giro a fare conferenze ed incontri per insegnare qualcosa a qualcuno. La mia vuole essere solo la condivisione di un punto di vista dal campo di battaglia.

Una situazione in cui mi sono sentita un’impostora è stata in occasione di una promozione lavorativa. Ricordo che l’avevo desiderata da tantissimo tempo, volevo riuscire ad esprimermi al meglio nell’ambito in cui lavoravo e avevo fatto anche un programma delle cose che mi sarebbe piaciuto fare e di come le avrei fatte. A quel tempo non ricoprivo un ruolo che mi consentiva di avere piena autonomia, ma questo non mi aveva impedito di affrontare le attività come se fossi chiamata in prima persona. Le responsabilità degli altri le avevo sentite sempre come fossero le mie, perché prima o poi ci sarei arrivata anche io e volevo essere preparata al massimo!

Il grande giorno, infatti, ad un certo punto, arrivò. Ricordo la sicurezza con cui affrontai la riunione nella quale mi venne detto che avrei avuto quell’incarico. Ricordo i colleghi e i superiori confortati e coinvolti dalle mie parole, e motivati dal mio entusiasmo! Non ci fu solo uno scambio di idee, ma anche proposte di cose nuove da realizzare, ipotesi su situazioni reali, nomi e cognomi di colleghi e collaboratori da coinvolgere, e programmazioni specifiche di attività da realizzare nell’immediato.

Poi arrivò il momento in cui fui sola per iniziare a metter le mani in pasta. Non mi dovevo inventare niente, dovevo solo iniziare a fare dal posto di guida quello che fino a quel momento avevo fatto stando in seconda fila. Ricordo che c’era in mezzo un week-end, avrei iniziato il lunedì… si inizia sempre il lunedì… fu un week-end di ansia, di preoccupazioni, di telefonate ad amici e colleghi per dirgli che non mi sentivo all’altezza, che si erano sbagliati tutti, che in realtà non ero capace, non avevo le competenze. A nulla servirono le loro rassicurazioni, il loro ribadire che quello che mi veniva chiesto lo avevo già fatto, e fatto molto bene. Nulla riusciva a farmi riflettere sul fatto che quella era solo la formalizzazione di un ruolo che in pratica già esercitavo. A nulla valeva che i colleghi più sinceri e gli amici che mi conoscevano meglio, mi enumerassero, con prove alla mano, tutte le cose che fin lì erano andate bene, i riconoscimenti che avevo avuto, i risultati, concreti e tangibili che avevo portato.

La mia risposta costante e granitica a tutto questo fu sempre la stessa: “È stato un colpo di fortuna!” oppure le varianti “È andata bene perché quella volta lavoravo con Tizio o con Caio” o “Non c’erano concorrenti validi a competere realmente con me!”.

Cosa mi salvò quella volta? Quello che mi ha aiutato molte altre volte, Il mio senso del dovere, della parola data, dell’impegno preso, il non voler venir meno alle responsabilità che mi ero assunta. Chiunque mi conosca sa che questo è per me un punto fondamentale. E forse, gli amici e colleghi, pur estenuati dalle mie obiezioni, continuarono ad insistere proprio perché sicuri di poter far leva su questo aspetto. Arrivò il lunedì, scesi a patti con me stessa e iniziai a fare quello che dovevo. Lo feci nel modo che tante volte in precedenza avevo avuto modo di sperimentare: fatto bene.

Ho un’abitudine che mi porto dietro fin dai tempi del liceo, quando non capivo un concetto di filosofia, quando dovevo memorizzare la coniugazione di un verbo greco, quando non ricordavo la data di creazione di un’opera o il valore di un isotopo: me lo scrivevo su un Post–it che poi mi portavo dietro ovunque per qualche giorno, finché la cosa non era risolta. Certo non poteva essere un concetto troppo articolato, ma solo di una parola, al massimo 2 o 3, che fossero però la chiave di quel concetto, l’elemento di svolta che spiegava e scioglieva tutto il resto. 

Perché c’era tutto il resto, e non era poco: a quei tempi era studio, impegno, costanza, sacrificio, rinuncia, metodo. Ma oltre a questo ci vuole anche altro nella vita, quello che io chiamo un aiuto, quel “Aiutati che Dio ti aiuta”, quel riconoscere che possiamo essere bravi ma non perfetti, precisissimi non infallibili, forti ma non onnipotenti, e che dobbiamo sempre avere l’umiltà di ammetterlo, perché solo quel passo ci libera e ci consente di risolverci.

Il Post–it per me era questo, un tassello di risoluzione e libertà.

Quindi quel lunedì mattina mi portai dietro il mio bel Post–it color fuxia dove campeggiava, scritta con un bel pennarello nero a tratto forte, una sola parola. Nel mio ragionamento, dopo l’impegno, lo sforzo, il metodo, il duro lavoro, ecc., una sola magica parola poteva risolvere tutto e chiarire a chiunque la situazione. Nove lettere miracolose che erano di per sé una frase parlante, con un me, un voi ed in mezzo un concetto chiaro e liberante, un punto di arrivo e di partenza insieme. Come un colpo di bacchetta sul leggio del maestro d’orchestra prima che inizi il concerto, quell’attimo sospeso che mette fine al caos di suoni degli strumenti da accordare e fa ordine nel disordine, dando il via alla musica.

Una parola che fece svoltare la situazione, e dalla fase della menzogna mi portò a quella della verità: sul Post-it c’era scritto: SCUSATEMI. 

Già scusatemi. In quella parola avevo rinchiuso l’impostora e tutte le sue voci: “È vero, sono un’impostora, mi avete scoperto, ma a mia discolpa io l’ho detto. Mi sono sbagliata quando vi ho detto che potevo fare questo lavoro e vi siete sbagliati anche voi, vi ho tratto in inganno io! Non ero all’altezza come sembrava all’inizio a me e anche a voi. Quelli che vi ho raccontato, quello che conoscete del mio passato, sono stati solo colpi di fortuna e i risultati che ho raggiunto, ci sono stati solo perché con me c’era Tizio e anche Caio”; e poi: “Vedete, vi do anche i nomi di quelli bravi veramente, di quelli che davvero sanno fare le cose, vi potete rivolgere a loro, il danno sarà contenuto!”; e infine: “E comunque, ad onor del vero, io lo sto dicendo da giorni, da che me ne sono resa conto, che sono un’impostora! Ma sembra che nessuno voglia ascoltarmi… ora ringrazio Iddio che siete arrivati voi a sciogliere la vicenda, a mettere a tacere la bugia e a far parlare la verità!”.

Io ero libera, tutte le ombre erano inchiodate nel Post-it. Ogni volta che bussavano alla porta istintivamente mettevo una mano sulla mia agenda, quasi a voler trarre una linfa vitale da quel fogliettino che lì custodivo, quella parola magica, un po’ arma d’attacco, un po’ strumento di difesa.

È inutile dirvi che nessuno mi smascherò, né quel lunedì, né quelli che sono venuti dopo, perché ovviamente non c’era nessuno da smascherare e la tangibilità del risultato raggiunto lo dimostrò. Con il senno di poi, con la lucidità che riesce a darti solo il tempo, con la freddezza che si costruisce a partire dal risultato già raggiunto, vi posso dire che era tutto solo nella mia testa. Non era solo panico da prestazione, ansia da primo giorno o roba simile: era proprio il fenomeno dell’impostora.

Sono trascorsi già diversi anni, più di dieci, eppure anche ora che sto scrivendo quella sensazione mi attraversa la carne con la stessa intensità. Nonostante la presa di coscienza del lavoro fatto, l’impostora preme sempre per manifestarsi.

Certo, oggi posso dire che quell’atteggiamento verso me stessa, quel modo di leggermi così severamente, era frutto di una situazione complessa, dovuta a fattori personali e ambientali, a circostanze personali e professionali che stavo vivendo in quel preciso momento, in una stagione particolare della mia vita, ma un ruolo determinante lo ha avuto il mio carattere. Me ne rendo conto se ripenso al modo in cui ho affrontato gli studi che ho fatto e le esperienze che ho vissuto: la ricerca della perfezione è stata una costante della mia vita, inizialmente forse un po’ imposta dal contesto in cui sono cresciuta, ma poi è diventata un mio modo d’essere.

Ho studiato le lingue antiche al liceo, e in questi studi sei costretta ad approfondire, a ripetere, ad esercitarti anche in cose semplici e banali come la lettura e la scrittura (basti pensare al greco antico) se vuoi raggiungere un livello adeguato di conoscenza, di sapere. Non posso nascondere che a questo si è unito poi il piacere di ricercare questa perfezione, perché la scelta di quegli studi è stata fatta innanzitutto per passione, e si sa, di quello che ci piace non ne siamo mai sazi. Non mi sono mai fermata di fronte al piacere d’imparare, non sono capace di accontentarmi del buono se può esserci l’ottimo o l’eccellente.

Certo negli studi forse questo è più facile, mentre nel lavoro diventa più complesso. Gli studi hanno un inizio ed una fine, è tutto pianificato: c’è un giorno del compito ed uno dell’interrogazione, c’è il giorno dei quadri esposti e della promozione, c’è il giorno dell’esame, c’è infine il giorno della tesi. Nel lavoro invece ogni giorno c’è una prova che ti aspetta e quasi mai ti viene comunicata prima, non c’è un traguardo unico e conosciuto in anticipo ma un cammino senza sosta da percorrere.

Per diversi anni il mio lavoro è stato una perpetua ricerca di perfezione, senza bisogno di verifiche e voti intermedi, senza avere parametri o standard di riferimento, senza avere momenti di confronto o di palesi reazioni, di riconoscimenti o di correzioni. Con invece tanti rimproveri, sfuriate, minacce, che talvolta hanno alimentato dubbi e incertezze, ma allo stesso tempo mi hanno sempre spronato a sviluppare quella mia innata voglia di migliorare, di non accontentarmi.

Eppure, mi rendo conto che questo non sia un mio punto di forza di cui vantarsi troppo. Tante volte forse sarei stata più felice se avessi avuto un carattere meno perfezionista e soprattutto meno sensibile, perché il mio perfezionismo in troppe occasioni è diventato un’arma per ferirmi nelle mani di chi, in quel momento, esercitava un certo potere su di me (erano sempre uomini, perché in Italia, ancora oggi in molti settori, per essere capo devi essere uomo, e sarebbe ipocrita raccontarsi una realtà diversa). La mia ambizione, il mio desiderio di migliorare, la mia passione sono diventati strumenti per tirar fuori un risultato, senza però che mi venisse ridato nulla in cambio, nessun riconoscimento, nessuna evoluzione, nessun confronto, nessuna correzione, nessuna crescita.

Tutto nella vita richiede lavoro, costanza, impegno e tanta passione: nulla cresce se non è amato. Non possiamo far crescere il nostro lavoro se non abbiamo amore per noi stesse, se non depuriamo la nostra immagine da tutti quei pregiudizi altrui che ce la fanno vedere distorta. Per farlo dobbiamo smontare quello che gli altri hanno voluto costruire artificialmente su di noi, intorno a noi, dentro di noi, contro la nostra volontà.

Che percezione abbiamo del mondo e di noi stesse nel mondo? In fondo ognuno di noi vede il mondo, lo divide per categorie, separa il buono dal cattivo, non per quella che è la reale natura delle cose (quasi mai siamo oggettivi e neutrali), ma da partendo dalle categorie che gli altri chi hanno insegnato ad utilizzare per organizzarlo in “buono” e “cattivo”. Se questo modo di vedere, senza che ce ne accorgiamo, diventa il nostro modo di pensare, è in realtà un filtro che ci è stato imposto da altri per esercitare un potere su di noi, continueremo a sentire che qualcosa stride, creando nelle nostre vite un problema, un disagio, un malessere che qualche psicologo continuerà a chiamare “sindrome dell’impostore”.

Come se ne viene fuori? Non ho una soluzione scientifica da proporre, non sono un’esperta o una studiosa della cosa. Sono semplicemente una che vuole condividere, con te che leggi, cosa prova a fare.

Innanzitutto, cerco di riconoscere quello che ho. Ormai posso dire che un po’ mi conosco, e raramente sbaglio sull’autodiagnosi: se per caso mi vengono dubbi, vado per esclusione, e se non ci sono buone ragioni a giustificare il mio malessere, ho consapevolezza che è l’impostora che prova a farsi avanti. Allora, come in quel fatidico lunedì di tanti anni fa, smonto tutte le scuse che si affastellano nella mia mente, zittisco l’ansia ricordandomi che non dobbiamo fare cose perfette, ma solo cose fatte con il cuore, cose vere, cioè fatte al meglio di quello che possiamo. Poi continuo a fare appello a quel mio senso del dovere, che riesce sempre a farmi rimanere in piedi, a cui aggiungo anche un po’ di orgoglio, che mi dà un’ulteriore spinta. E come allora, rinchiudo tutto in una parola da scrivere su un Post-it e… parto.

Arrivo sempre alla meta, ogni volta con un grammo di fiducia in più e con la consapevolezza che posso andare ovunque io decida di andare, ovunque abbia voglia di arrivare. Ho imparato che nulla può farmi paura quando ho la lucidità di ricordarmi quello che ho già affrontato. Ho già superato le mie paure più volte e posso continuare a farlo, anche meglio e per quante volte è necessario, per quante volte voglio. 

E così siamo giunti alla fine.

Cara lettrice, se anche tu hai un’impostora che vuole occupare il tuo spazio vitale, ricordati che non sei sola in questa condizione, hai tante compagne di viaggio, più di quante tu possa immaginare. Non sai che volto abbiamo, quali sono i nostri nomi, ma sappi che ci siamo e questo spero ti sia di stimolo e conforto.

Ah, già, ci sei anche tu, caro lettore. Se non la conoscevi già, ora hai un assaggio del “fenomeno dell’impostore” al femminile. Non hai più scuse… spero che ci rifletterai una volta in più prima di mettere in difficoltà una collega, magari molto più giovane, di età o di esperienza, facendola sentire incapace, inadatta, solo perché ti senti minacciato nel tuo ruolo di maschio, prima ancora che di lavoratore. Su forza, scegli strade più oneste per evolverti, chi è destinato a fiorire riesce a farlo senza ricorrere alle meschinità.

Auguri ad entrambi: la vostra felicità è nelle vostre mani, curatela con amore.

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Filomena Oricchio

Ciao, sono Filomena. Sono laureata in Scienze della Comunicazione, e mi occupo di analisi dei fabbisogni, messa in trasparenza delle competenze, progettazione, gestione e rendicontazione di interventi formativi. Sono progettista di processi formativi innovativi di crescita del personale per le PMI, e seguo lo sviluppo delle risorse umane e l’orientamento al lavoro. Sono facilitatrice LEGO® SERIOUS PLAY® certificata dalla AMT.