L’impostora non è un bug, è una feature

di Daniele Grieco

capitolo introduttivo del libro
“Ciao Ciao Impostora: Piccolo manuale di sopravvivenza per le donne”

Benvenuta e per prima cosa ti ringrazio di essere qui.

Risolvo subito un primo inghippo lessicale: in tutto il libro ci rivolgiamo al femminile e in seconda persona singolare.

Non per ruffianeria né per conformismo, semplicemente perché è rivolto prevalentemente alle singole donne, anche se non è un libro “per sole donne”. Anzi, sinceramente il nostro desiderio è che tra i lettori vi sia almeno un maschietto ogni 16 donne, la proporzione che c’è stata tra coloro che hanno contribuito a realizzarlo. Sarebbe già un’ottima cosa.

La genesi di queste pagine è avvenuta durante una spontanea discussione tra un gruppo di donne a cui ho assistito su quella che comunemente viene definita la “sindrome dell’impostore”, la condizione emotiva che le persone provano in quelle situazioni e contesti in cui non si sentono all’altezza del proprio ruolo e mettono in discussione le loro capacità, nonostante tutte le evidenze dimostrino i loro risultati, talenti e qualifiche: una etichetta prevalentemente riservata alla sfera femminile.

La particolare profondità e positività di quella conversazione ha suscitato la speranzosa ambizione di scrivere delle pagine che potessero facilitare, cioè rendere più facile[1], la vita anche solo di un’altra donna. Da quel momento si è innescato un fantastico via vai che ha coinvolto 16 esperte professioniste della facilitazione.

“Io creerò come parlo”

È il senso in aramaico di Avrah KaDabra, una delle varie etimologie ipotizzate per la formula abracadabra.

Una magia vorremmo potesse accadere è un cambio radicale del modo in cui viene approcciato il tema “sindrome dell’impostore”, un auspicio che introduce la seconda coordinata lessicale per cui nel libro, tranne che in questa introduzione, useremo il meno possibile la parola “sindrome”.

In parte lo facciamo a malincuore, dato che la sua etimologia deriva dal greco “correre insieme” che corrisponde perfettamente allo spirito che ci ha animato in questo lavoro. Inoltre, una delle sue definizioni è assolutamente coerente con ciò che si vuol descrivere con l’espressione “sindrome dell’impostore”: “complesso di comportamenti con cui si reagisce a una specifica situazione critica[2].

Il problema è legato al significato che le persone attribuiscono comunemente alla parola “sindrome” (quella che in linguistica viene definita “di alto uso”) cioè di “complesso di sintomi che manifestano una situazione morbosa senza costituire di per sé una malattia autonoma; in senso generico, malattia[3].

Questo purtroppo ci porta completamente fuori strada e troppo spesso la “sindrome dell’impostore” viene descritta come una sorta di disturbo mentale, anticamera dell’ansia e della depressione.

Patologizzare i sentimenti delle donne ha innescato infatti lo sviluppo di una specie di industria che, come sostiene il saggista statunitense Porter Braswell, “ha prosperato raccontando alle donne come la loro condizione sia risolvibile se solo si impegnano a seguire programmi, seminari, libri, podcast e workshop progettati per sradicare le loro presunte carenze innate[4].

Per questo, nel libro prevalentemente troverai al suo posto l’espressione “fenomeno dell’impostora”, in linea peraltro con quella utilizzata nello studio che ha dato origine alle innumerevoli riflessioni negli ultimi 35 anni: “Il fenomeno dell’impostora nelle donne di successo”[5], a cura delle psicologhe americane Pauline Rose Clance e Suzanne Imes.

Lo studio fu pubblicato nel 1978 sulla rivista Psychology and Psychotherapy: Theory Research and Practice, e si apre con “Il termine ‘fenomeno dell’impostora’ viene utilizzato per designare un’esperienza di disagio, che sembra essere particolarmente prevalente e intensa in un campione selezionato di donne di alto livello”. Nello studio non viene mai utilizzata l’espressione “syndrome”. La stessa Pauline Rose Clance recentemente ha dichiarato[6] che “sebbene si parli comunemente di ‘sindrome dell’impostore’, il termine ‘fenomeno’ è più indicato perché non parliamo di una diagnosi clinica ma di un’esperienza sperimentata da molti, e ricordarlo può aiutare a normalizzarla”, mentre Suzanne Imes ha più volte ribadito come “ogni volta che sente la frase ‘sindrome dell’impostore’, le si fissa nello stomaco, perché tecnicamente errata e concettualmente fuorviante[7].

Pauline Rose e Suzanne sono state le prime che hanno “sistematizzato” questo disagio, prendendo in esame 150 donne di successo, studentesse riconosciute per la loro eccellenza accademica, ricercatrici che avevano conseguito dottorati in varie specialità e professioniste rispettate nei loro campi, che mettevano costantemente in discussione le proprie capacità e sentivano i loro successi come immeritati, nonostante le prove inconfutabili dei loro risultati: si consideravano delle “impostore”. Era una reazione che colpiva particolarmente le due studiose, dato che quelle prese in esame erano vere e proprie eccellenze al femminile, e che loro stesse l’avevano sperimentata più volte durante la loro vita, come riportato dalla scrittrice Leslie Jamison, che in un lungo e dettagliato articolo[8] pubblicato su The New Yorker ripercorre tutta la loro vicenda umana e professionale.

La loro osservazione era circostanziata a donne che “ce l’avevano fatta” negli ambienti di lavoro, ma ha posto un faro su una questione che va ben oltre, andando di fatto a riguardare tutti, sia donne che uomini.

Il dolore delle donne

Perché allora l’impostora è diventato un problema quasi sempre declinato esclusivamente al femminile?

Secondo molti proprio per colpa del sounding medicalizzante del termine, che ha aperto una prateria ad uno dei pilastri epocali del pregiudizio maschile: che le donne siano isteriche. Usando le parole di Jennifer Guerra su The Vision[9]: “Quando una donna è nervosa, arrabbiata o anche più semplicemente esprime il suo dissenso su qualsiasi questione con veemenza, è consapevole che prima o poi si sentirà dire in modo automatico, da chi ha ormai esaurito gli argomenti: ‘Hai le tue cose’?[10]. Avere un certo piglio è considerato una qualità positiva di chi è al vertice di una organizzazione, ma se queste caratteristiche le ha una donna quasi sempre viene definita “aggressiva”.

“Isterico” ha la sua etimologia nel latino histerĭcus a sua volta derivato dal greco hústeros che significa “utero”, e questo la dice lunga sulla atavica connessione che nei secoli è stata alimentata tra isteria, malattia e donna (e di cui nell’articolo di The Vision citato sopra trovate una dettagliata ricostruzione) e soprattutto di come questo atteggiamento si perpetui ai giorni nostri. Che si tratti di dolore fisico o dolore psicologico, le donne si trovano spesso di fronte ad un muro di incredulità.

Per questo tante donne hanno persino paura di dire che provano dolore, si vergognano, per non essere giudicate ingiustamente come “inventa-malattie”.

Ne è un caso eclatante la Fibromialgia, di cui soffrono oltre 2 milioni di donne nel nostro Paese, dove i sintomi riferiti dalle fibromialgiche sono talmente tanti e vaghi e, soprattutto, spesso non sono accompagnati da alterazioni risultanti da esami ematici o radiografici (i soli strumenti purtroppo che ormai molti medici usano per definire uno stato sintomatico). Questo porta a considerare chi ne soffre una paziente con problemi psichici, di ansia e depressione: una sentenza senza appello di “condanna” alla quale si va ad aggiungere il dolore psicologico della solitudine, e del sentirsi incompresa[11].

Un altro scenario dove si assiste ad un colpevole fraintendimento del dolore femminile è quello dei DSA, i disturbi dello spettro autistico, altro ambito dove il naming[12] è quanto mai inappropriato e facciamo nostra la campagna di Miriam Perrone, una counselor belga specializzata nell’autismo degli adulti, che propone di parlare di profilo dello spettro autistico[13] invece che di un disturbo, dato che non siamo di fronte ad una malattia, ma a cervelli “diversamente cablati”. Nell’immaginario collettivo esistono solo due versioni di una persona DSA: un bambino maschio che parla poco e con l’ossessione di un giocattolo specifico con cui gioca tutto il giorno, oppure di un giovane adulto, tipo un matematico o un informatico, geniale ma sociopatico, che va in crisi per ogni piccolo cambiamento nella routine.

E le femmine? Non pervenute. In Italia i bambini che ricevono una diagnosi sono oltre quattro volte più delle bambine, una proporzione che non è giustificata da nessun studio in materia[14]. Questo vuol dire che si perdono tantissime bambine (e di conseguenza donne adulte) per strada, a migliaia ogni anno. Donne che faticano sempre di più a mantenere il passo con le richieste pressanti della società e spesso finiscono con essere etichettate con disturbi d’ansia e depressione, con relativo (massiccio) instradamento alla farmacizzazione.

Potremmo continuare a fare un elenco infinito di esempi in cui il “dolore” delle donne è poco o nulla considerato, dalla ricerca scientifica sull’endometriosi (le cui pazienti conclamate in Italia sono oltre tre milioni e che conta fondi dedicati alla ricerca di duecento volte inferiori rispetto ad altre malattie croniche[15]), alla lentezza avuta nell’arrivare a mettere seriamente mano alla “tampon tax”[16] (mentre nel 2020 il Parlamento scozzese ha approvato all’unanimità il “Period Product Bill” per cui in Scozia le autorità locali hanno l’obbligo di fornire in maniera gratuita assorbenti o prodotti per il ciclo mestruale a chiunque ne abbia bisogno[17]).

Smettiamola di dire alle donne che sono impostore

Non hai tra le mani un libro di psicologia. Non lo è perché nessuna delle contributrici ha competenze specifiche nel campo, ma soprattutto perché riteniamo che il fenomeno impostora sia prevalentemente la conseguenza di pregiudizi ed esclusione sistemici che trovano origine nei modelli maschilisti tuttora imperanti e pervasivi nel nostro Paese, come nel resto del mondo. Pertanto l’obiettivo è di suggerire a tutte le donne concreti “strumenti di consapevolezza” a cui far ricorso nella vita quotidiana, con una particolare attenzione alle giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro. Per questo condividiamo l’appello assertivo di Ruchika Tulshyan e Jodi-Ann Burey pubblicato su Harvard Business Review: “Smettiamola di dire alle donne che hanno la sindrome dell’impostore[18]! Altrimenti il rischio è di essere portati ad indirizzare la discussione sempre su quello che le donne dovrebbero correggere di se stesse, anziché correggere i luoghi che abitano, in famiglia, sul lavoro, nella comunità.

Per quanto la statistica corra sempre il rischio di essere tirata per la giacchetta per legittimare le proprie opinioni, quando si parla di gender gap[19] si leggono dei numeri a dir poco imbarazzanti. Citiamo solo alcuni dei dati del 2023 Gender Social Norms Index dell’UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo):

  • 9 persone su 10 (sia uomini che donne) nutrono pregiudizi nei confronti delle donne;
  • le donne trascorrono nelle faccende domestiche un tempo fino a sei volte di più degli uomini;
  • le donne occupano poco più di un quarto dei seggi parlamentari a livello globale;
  • le donne costituiscono il 70% della forza lavoro sanitaria e sociale a livello globale, ma detengono solo il 25% delle posizioni senior e il 5% delle posizioni di leadership;
  • un quarto degli intervistati ritiene che sia giustificato per un uomo picchiare la moglie;
  • più di un quarto delle intervistate ha subito violenza da parte del partner.
  • La cosa sconfortante è che questi dati sono rimasti sostanzialmente invariati rispetto a 10 anni fa.

Possiamo cambiare le regole, possiamo cambiare le politiche, ma gli atteggiamenti, i comportamenti e i valori delle persone sono sempre più lenti a cambiare, dato che i pregiudizi di genere sono profondamente radicati a causa di secoli in cui abbiamo organizzato le nostre società e le nostre istituzioni solo “al maschile”.

Ecco perché, se da una parte sono benvenute tutte le azioni collettive di sensibilizzazione e di protesta, e le richieste di cambiamenti di “sistema”, sintetizzate dall’hashtag #breakingthebias usato per la Giornata Internazionale della Donna nel 2022, riteniamo altrettanto indispensabile una azione parallela “dal basso”, a partire da ciò che ciascuna persona può mettere in campo nella propria vita quotidiana.

Vogliamo trarre spunto dalla felice esperienza svolta da David Moinina Sengeh, giovanissimo Ministro dell’Istruzione della Sierra Leone, secondo il quale il modo più efficace per promuovere il principio della inclusione radicale per una società più giusta, è quello di mettere mano ad un problema risolvibile per volta, ciascuno nell’ambito nel quale ha la possibilità di operare. Appena nominato ministro ha iniziato a lavorare per l’abolizione della norma in vigore nel suo Paese che vietava alle adolescenti incinte di poter andare a scuola, un risultato ottenuto in pochi mesi nonostante il divieto trovasse forte radicamento nel contesto culturale della Sierra Leone (norme simili sono attualmente vigenti in altri paesi africani). Il libro “Radical Inclusion: I sette passi per la inclusione radicale[20] è un viaggio di grande ispirazione, attraverso il racconto, commovente e appassionato, del percorso svolto da David per garantire il diritto all’istruzione nel suo Paese.

#biasneutral

Su scala mondiale si opera per una prospettiva di sistema che porti nel giro di pochi decenni ad un azzeramento delle emissioni nette di gas serra (net-zero carbon emissions), ma nel frattempo tutti sono chiamati a porre in atto iniziative carbon-neutral che compensino i gas attualmente emessi (esempio progetti di nuova forestazione o di tutela delle foreste esistenti). Allo stesso modo ciascuno può adottare “normali” comportamenti individuali quotidiani che siano capaci di “compensare” tutti quei bias che nella società determinano esclusione per genere, etnia, religione ed ogni altra “diversità”.

La casa editrice La Traccia Buona vuole contribuire alla promozione e diffusione di questi comportamenti virtuosi con la collana #biasneutral, e questo libro ne è il primo esempio. Fornire “strumenti di consapevolezza” si concretizza nel rinforzare le motivazioni che offrano a ciascuna la serenità di intervenire concretamente con le proprie scelte di vita personali e professionali laddove lo ritenga giusto.

Cosa vuol dire concretamente?

  • Vuol dire che un’architetta che progetta uno spazio polifunzionale deve prevedere normalmente che il numero delle toilette femminili presenti siano maggiore di quelle maschili: per una semplice motivazione di design funzionale visto che trent’anni fa Taunya Lovell Banks, professoressa emerita di Equality Jurisprudence alla University of Maryland segnalava[21] che per utilizzare il bagno alle donne occorre in media più del doppio del tempo occorrente ad un uomo (e comunque basta una banale osservazione delle file ai bagni in un’area di servizio o in una fiera)[22].
  • Vuol dire che una ricercatrice deve spingere perché le coorti delle sperimentazioni cliniche siano più equilibrate tra maschi e femmine: nei trial 8 su 10 sono uomini, cosa che comporta una conseguente distorsione nell’interpretazione dei risultati[23].
  • Vuol dire che ogni giornalista deve scrivere più notizie riguardanti le donne: le statistiche quantitative di quante siano le notizie dedicate agli uomini rispetto alle donne sono imbarazzanti. Un nuovo approccio per aumentare la rappresentanza delle donne è più che fattibile, come dimostra l’iniziativa di Ros Atkins della BBC, promotore del progetto “50:50 The equality project”, che da 5 anni ispira i creatori di contenuti a pensare in modo diverso alle storie che scelgono di raccontare e a cercare prospettive diverse[24].
  • Vuol dire che in un ufficio una donna non deve aver timore, né giustificarsi se vuole richiedere una temperatura della stanza più alta di quella settata da un uomo: secondo uno studio[25] della Maastricht University Medical Centre mentre i maschi si trovano a loro agio, quando viene accesa l’aria condizionata, nei mesi più caldi, le donne hanno bisogno in media di almeno 4 gradi in più e sono costrette a ricorrere a lana e cotone per resistere al freddo”. Lo studio era basato su un campione esiguo, ma pone comunque una questione da non banalizzare con facili ironie.
  • Vuol dire non stancarsi (e non essere gelose) nel proporre modelli di riferimento di eccellenze al femminile. Emanuela Griglié e Guido Romano in “Per soli uomini”[26] percorrono un dettagliato viaggio in 6 tappe nel maschilismo dei dati, dalla salute al design, dalle nuove tecnologie alla pianificazione urbana, passando per la ricerca e l’informazione: sottolineano che “evidenziare tutti i casi virtuosi in cui lo si contrasta [serve] a creare un mondo migliore non solo per le donne, ma per tutti, anche per gli uomini, perché “i diritti non sono un gioco a somma zero, non esistono in numero limitato”.
  • Vuol dire tutti gli esempi “normali” che vi racconteranno le nostre 16 donne altrettanto “normali” nelle pagine seguenti: dal rapporto con la propria famiglia, alle relazioni lavorative, dal linguaggio inclusivo da utilizzare ogni giorno a come affermare il proprio ruolo nello svolgere un’attività lavorativa in area STEM, e così via.

Le donne devono sollevarsi a vicenda. Può sembrare paradossale, ma risulta spesso difficile che una donna abbia come mentore un’altra donna, e diventa tanto più raro quanto più “si sale in alto”. La raccomandazione di Kimberly Shyu[27], poliedrica comunicatrice che si occupa di tecnologia quantistica ma anche artista e scrittrice, è di “non smettere di cercare, le donne devono perdonare ma non dimenticare, perché il mondo ha bisogno di loro”.

La maschera di ferro

“Lasciamo la possibilità del successo agli altri perché non pensiamo di essere come quelli che ci stanno attorno e che vengono elogiati. Sembra molto più facile non provarci”[28]. L’invito invece è a non farsi schiacciare dall’impostora, ma di abbracciarla e così facendo, come raccomanda la scrittrice inglese Gill Corkindale[29], “sovrascrivere il copione della propria vita”.

Puoi imparare a “sfruttare” l’impostora per alimentare il tuo sviluppo personale e professionale, mentre ti godi finalmente il tuo valore con la giusta mentalità. Sei sempre tu, gli altri non se ne accorgeranno. Un po’ come nel film con Leonardo DiCaprio “La maschera di ferro”, liberamente ispirato ad un romanzo di Alexandre Dumas, dove Luigi XIV, descritto come un tiranno feroce e spietato, ha un fratello gemello (buono) di cui nessuno conosce l’esistenza, che fa tenere rinchiuso in una remota prigione con una maschera di ferro sul viso in modo che non sia riconoscibile. Nel corso della storia, i 3 Moschettieri riusciranno a liberare il fratello buono, e al suo posto rinchiuderanno il gemello “cattivo” facendo indossare a lui la maschera di ferro in modo che nessuno si accorga della sostituzione.

Cerca (e trova) le tue “moschettiere” per aiutarti, chiedi consiglio, cerca una mentore. Lo fanno anche le donne in posizione di vertice: il 72% delle donne dirigenziali afferma di aver chiesto consiglio ad una mentore per aiutarle a trattare con la propria impostora[30].

Nelle pagine che seguono intanto di moschettiere ne troverai 16, che proveranno non a dirti quello che “devi” fare, ma a facilitarti per scoprire te stessa. È lo scopo dei tanti “esercizi” che verranno proposti. Sono tutti ispirati alla Facilitazione Maieutica[31], una metodologia che si basa su una serie di solidi principi scientifici che aiutano a comprendere il comportamento umano, le relazioni interpersonali, la comunicazione efficace, la presa di decisioni e la gestione del conflitto. Questi principi vengono normalmente utilizzati per aiutare i gruppi a lavorare insieme in modo produttivo e raggiungere i loro obiettivi comuni, ma in questo caso le facilitatrici l’hanno utilizzata per aiutarti a pensare in modo diverso ai problemi e alle soluzioni possibili. Il termine “maieutica” deriva dalla parola greca maieutikos, che significa “ostetricia”: con questo approccio, ispirato al pensiero filosofico di Socrate, le facilitatrici assumono il ruolo di “levatrice”, aiutandoti a “partorire” le tue intuizioni.

La sedia vuota

Nel 2010 il premio Nobel per la Pace fu assegnato a Liu Xiaobo, attivista e critico letterario cinese, per “la sua lunga lotta non violenta in favore dei diritti umani”. La scelta provocò l’ira della Cina, che sospese le relazioni diplomatiche con la Norvegia. Liu Xiaobo non era presente a ritirare il premio, perché stava scontando la condanna a undici anni di carcere per aver difeso le sue idee, così alla cerimonia di conferimento del Nobel, la sedia fu lasciata simbolicamente vuota.

La stessa simbologia è stata adottata nel 2020, in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per la Chimica a Jennifer Doudna e Emmanuelle Charpentier per i loro studi sullo sviluppo della più rivoluzionaria tecnica di editing del genoma, il sistema CRISPR-Cas9. Visto che il Nobel può essere assegnato a tre persone, quell’ultima sedia lasciata vuota dagli accademici svedesi è parsa un gesto di finezza per concentrare tutta la luce sulla coppia al femminile Charpentier-Doudna (e per inciso i quotidiani allora non si sono fatti mancare l’uso delle solite metafore che fanno cascare le braccia, appellandole come le “scienziate del taglia e cuci”).

Il titolo di questa prefazione (L’impostora non è un bug, è una feature) è ispirato ad una frase di Jessie Daniels, professoressa di Sociologia all’Hunter College, in un suo articolo[32] sull’intelligenza artificiale (A.I.): “I risultati che l’A.I. offre sono così spesso razzisti che è legittimo sospettare che non sia un bug[33] ma una feature[34]”. Ma l’impostora non è una zavorra che trascina sul fondo. Se l’impostora sembra abbia preso il sopravvento nella tua vita, puoi trasformarla nel tuo superpotere, come consiglia[35] Alaina Percival, front-woman di Women Who Code, un’organizzazione che fornisce servizi alle donne che perseguono carriere tecnologiche, con un sito[36] molto ricco di risorse.

Con questo spirito, il diciottesimo e ultimo capitolo, dal titolo appunto “La sedia vuota”, sarà una pagina bianca, riservata a farti scrivere (o riscrivere) la “tua” storia, qualunque essa sia.

L’auspicio di tutto il team di “Ciao ciao impostora” è che questo libro possa, con umiltà e gentilezza, gettare alcuni semini buoni: sarai tu, se vorrai e lo riterrai utile per te, ad averne cura e farli diventare piante rigogliose e sempreverdi nella tua vita.

Aspetto i tuoi commenti, critiche o semplici saluti alla mail: ciaociao@impostora.it

Daniele Grieco

Ciao, sono Daniele, il fondatore della casa editrice La Traccia Buona.

Da sempre sono un freelance, in area commerciale industrial B2B prima e innovazione e social media poi. Da alcuni anni mi occupo di servizi editoriali innovati e di facilitazione nelle organizzazioni.

Mi piace parlare di #editoria, #speranza, #ottimismo e #educazione.

Sono facilitatore LEGO® SERIOUS PLAY® certificato dalla AMT, e partecipo attivamente alla community #facilitationdesign.

A titolo personale collaboro alle attività di promozione di UWC Italia (United World Colleges, Collegi del Mondo Unito). UWC è un movimento globale che fa dell’istruzione una forza per unire persone, nazioni e culture per la pace e un futuro sostenibile, e la Commissione Italiana UWC ogni anno propone un bando di concorso riservato agli studenti delle scuole superiori italiane per l’assegnazione di borse di studio per frequentare il quarto e quinto anno in uno dei 18 collegi UWC sparsi su quattro continenti che accolgono studenti provenienti da tutto il mondo. Info sul sito it.uwc.org


[1]Facilitare su Dizionario italiano De Mauro edizione online.

[2]  2° definizione lessicale di Sindrome su Dizionario italiano De Mauro edizione online.

[3]  1° definizione lessicale di Sindrome su Dizionario italiano De Mauro edizione online.

[4] P. Braswell, The real reason more women and people of color suffer from imposter syndrome, 21.03.23, sul sito fastcompany.com

[5]  P.R. Clance, S.A. Imes, The imposter phenomenon in high achieving women: Dynamics and therapeutic intervention. Psychotherapy: Theory, Research & Practice, 1978.

[6]  C. Palmer, How to overcome impostor phenomenon, Monitor on Psychology, June 2021.

[7] Intervista citata da Leslie Jamison, in Why Everyone Feels Like They’re Faking It, 06.02.2023, sul sito newyorker.com

[8] Laslie Jamison, cit.

[9] The Vision è una testata online italiana, che vuole aiutare “le nuove generazioni a riappropriarsi di una capacità di analisi critica (dal sito thevision.com).

[10]  Jennifer Guerra, Come l’isteria è stata usata per secoli per imprigionare le donne, su The Vision, 18.01.2019

[11]  Andrea Grieco, “Fibromialgia, finalmente buone notizie”, Nuove Esperienze, 2017.

[12]  Usiamo questo termine volontariamente e non per amore degli anglismi, perché è una scelta che giudichiamo come una vera e propria operazione di marketing (disdicevole), dal cui lessico è presa la parola per indicare “lo studio della scelta dei nomi dei prodotti e dei servizi”.

[13]  Miriam Perrone, Remote teams are autistic, intervento a Pycon Italia 2023, su YouTube.

[14]  Ludovica Merletti e Chiara Nardinocchi, Senza diagnosi, l’autismo invisibile delle donne, La Repubblica, 2 Aprile 2023.

[15]  Fonte: sito ansa.it

[16]  Termine che si riferisce al fatto che gli indispensabili prodotti per l’igiene femminile scontavano una imposta sul valore aggiunto normale, a differenza dello status di esenzione fiscale concesso ad altri prodotti considerati “beni di prima necessità”.

[17]  Fonte: sito del Parlamento di Scozia.

[18]  Ruchika Tulshyan e Jodi-Ann Burey, Stop Telling Women They Have Imposter Syndrome, Harvard Business Review, 11.02.2021.

[19]  Anglismo, ”Divario tra generi; con particolare riferimento alle differenze tra i sessi e alla sperequazione sociale e professionale esistente tra uomini e donne”, Neologismi Treccani.

[20]  David Moinina Sengeh, “Radical Inclusion: I sette passi per la inclusione radicale”, La Traccia Buona edizioni, 2023.

[21]  Taunya Lovell Banks, Toilets as a feminist issue: a true story, in Berkeley Journal of Gender, Law & Justice, 1991.

[22] Maria Vittoria Capitanucci in Breve storia dei bagni delle donne, pubblicato il 26.08.2023 sul sito ilpost.it, traccia un esaustivo quadro su questa problematica.

[23]  Fonte: sito fondazioneveronesi.it

[24]  Fonte: sito bbc.com/5050

[25]  B. Kingma, W. van Marken Lichtenbelt, Energy consumption in buildings and female thermal demand. Nature Clim Change 5, 1054–1056 (2015)

[26]  Emanuela Griglié e Guido Romano, “Per soli uomini: Il maschilismo dei dati, dalla ricerca scientifica al design, Codice edizioni, 2021.

[27]  Kimberly Shyu, Female STEM Leaders: Persevere, su Medium, 28 luglio 2023.

[28]  Alain de Botton, “Come combattere la sindrome dell’impostore”, video della serie The school of life” sul sito internazionale.it

[29]  Gill Corkindale, Embrace Your Inner Imposter, Harvard Business Review, 23/04/2008.

[30]  KPMG, Advancing the Future of Women in Business, 2023

[31]  Fabrizio Faraco,La Facilitazione Maieutica: Una guida per liberare il 100% del valore e della motivazione delle persone”, La Traccia Buona edizioni, 2023.

[32]  Jessie Daniels, The Manifest Destiny of Computing, su Public Books, 27.07.2021.

[33]Bug: errore di progettazione o di programmazione di un software per computer

[34]Feature: caratteristica o funzione tipica di un prodotto o servizio

[35] Alaina Percival, Reframe Your Imposter Syndrome As A Superpower, 15.06.2022 sul sito forbes.com

[36] womenwhocode.com

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Daniele Grieco

Ciao, sono Daniele, il fondatore della casa editrice La Traccia Buona.
Da sempre sono un freelance, in area commerciale industrial B2B prima e innovazione e social media poi.
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Mi piace parlare di #editoria, #speranza, #ottimismo e #educazione.
Sono facilitatore LEGO® SERIOUS PLAY® certificato dalla AMT, e partecipo attivamente alla community #facilitationdesign.